Se Dio vuole

Caro amico, sapessi cosa ti sei perso. O dalla che ti sei salvato. Qui sono arrivati i cinesi colposi con mazzi di mascherine in mano. E la cosa più divertente: glieli hanno accettato! Grazie dei fiori! dicevano, accomodando i gomiti sul tavolo.

Se ci stai guardando penso avrai voglia di scrivere. Se fosse possibile ti darei in prestito le mie mani. Io ci sono giorni in cui detesto le parole che escono da me, e altri in cui sono l’unica cosa che ho.

Ricordi quando stavi male e io ti accendevo delle candele? Tu, che ti sei sempre dichiarato ateo  ma temevi il destino, mi chiedesti Credi davvero a quelle cose? Ti scrissi : “Sì, come agli atomi i positroni e i neutroni che non ho mai visto, e credo al affetto con cui lo faccio, e in qualche disegno che ci contiene e non conosciamo, che alla fine vediamo da lontano e ci sembra chiaro”.

Era così? Si vede più chiaro da lì?

Quando avevo dodici anni mi piaceva ancora giocare con le bambole. E mi vergognavo. Allora avevo la culla con mio ‘figlio’ nascosta sotto il letto.

Non so cosa abbia questo a che vedere con quelle cose, non so bene cosa abbia a che fare con Dio. Ma sono cresciuta sapendo che non poteva proteggere nessuno, nemmeno quelli più innocenti. Me lo ricordava la foto di mia sorellina maggiore che era vissuta un mese.

Ma da un altro lato c’era mio padre che – così come i miei nonni – diceva sempre «Se Dio vuole». Non è mai andato a messa, forse non sa nemmeno il Padre nostro, ma per lui tutto era ed è solo «Se Dio vuole». Ti chiamo domani, ci vediamo questa sera, domi bene, veniamo per capodanno: tutto se Dio vuole, figlia mia. Ogni volta che dico che farò qualcosa, una voce dentro di me, che è quella di mio padre, mi ricorda che è solo se Dio vuole, come un mantra, una superstizione.

Era la frase più umile mi poteva insegnare di fronte al destino.

La prima scuola non mi aiutò a volerlo, quel Dio. Era tutto un rito dopo l’altro senza sentimento, tutto castigo e penitenza e canzoni tristi e stonate e prete viscido. Nessuna misericordia. La seconda scuola è andata meglio, meno impacchettata in formalità, più vicina alla vita reale. Comunque la morte si portò via Suor Mirta, così giovane e commercialista e bella, in una curva quando tornava da lavorare in un orfanotrofio.

Ad ogni modo la notte, prima di dormire, salutavo mio ‘figlio’ nascosto sotto il letto, e pregavo all’angelo custode e a Dio, ad un padre nostro che insisteva nel vivere sotto il letto della mia anima, con bontà.

Dopo ho studiato psicologia e lì essere credente era un sacrilegio laico. Col tempo vidi che loro avevano creato un’altra religione e non volevano concorrenza.

E ora sono qui, e tu là. Non so dove. Dove sei? E in mezzo a questa pandemia, alla paura di morire, al dolore di quelli che amiamo, tanti domandano: dov’è Dio? Gli atei provocatori, lo chiedono ridendo burloni , come se Dio fosse uno zio poliziotto che non sta arrivando a salvarci la pelle nel controllo di alcolemia. Lo chiedono più garbati quelli che vogliono credere ma hanno bisogno di statue che piangono sangue, miracoli, cose teatrali.

In queste notti mia figlia più piccola ha paura e tristezza, allora dormo con lei e prima di dormire preghiamo. Facciamo una preghiera all’angelo custode – quella di quand’ero piccola –  e un Padre nuestro in spagnolo e poi in italiano. Così, senza chiedere niente.

Adesso che sono grande, e non ho figli nascosti sotto il letto ma abbracciati sotto le mie ali che mi guardano come fossi un angelo, e non posso protegerle né salvarle né salvarmi per accudirle, che non posso fare niente altro che essere e stare e amarle, credo —e quelli della prima scuola mi daranno della  eretica e pretenziosa — che davvero Dio potrebbe essere un Padre nostro, e non un padre egocentrico e iracondo come me l’avevano dipinto, non va in giro lanciando fiamme per piccolezze, altrimenti andrebbe in giro anche salvando giusti e innocenti. Invece credo che non possa. Che possa solo guardarci nascondendo la tristezza, come un padre guarda un figlio che sta per farla grossa, come quando un figlio soffre per amore e puoi solo avvicinargli più fazzoletti. Credo che possa solo aprire un ala e accoglierci se ci accostiamo tristi, ma che non possa salvarci. O forse salvarci sia questo, e anche lui riposerà per la nostra sorte colo quando sentirà il rumore della porta della stella che ci tocca, e saprà che finalmente siamo tornati a casa. 

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Il viale del desiderio

“Fare progetti” è un’attività con una buona reputazione. Se ne parla bene, qualcosa da fare per vivere meglio. Dopo giorni pieni di frustrazione ho deciso che con me non funzionano. Sono come i sogni — e non come li vedeva quell’ottimistone di Walt Disney che “se lo puoi sognare lo puoi fare”— appena fatti li tieni lì, lucenti come acqua nell’incavo delle mani ma subito iniziano a sbrodolare fra le dita. Uno spavento ti fa alzare le mani, o ti viene da abbracciare qualcuno, e plaf, ti ritrovi con le mani asciutte e i piedi nel fango.

Questa cosa di fare progetti mi ha preso qui nel primo mondo, dove mano a mano che passa il tempo ti fai convincere, e cadi nella menzogna metropolitana di credere che puoi organizzarti, decidere, controllare gli eventi, fare un planning; che puoi incastrare impegni in una giornata, giorni in un mese e mesi nell’anno  come specchietti in un mosaico. Poi basta un cantiere aperto nel posto giusto, la prima bolla di varicella, o una tazza di caffè rovesciata sul computer (per non parlare delle vere tragedie, come un bambino che al mattino vomita in macchina il carpaccio di salmone della sera precedente), e il mosaico torna a essere solo uno specchio rotto e preghi che la sfiga non duri sette anni.

Allora compare quello che ha deciso di essere Zen e si è stampato un sorriso ebete in faccia, a dirti che i tuoi non sono problemi, che nel mondo c’è la guerra, la fame e le malattie. Lo so, porchissimissima vacca, lo so. Che c’è? oltre che nervosa, mal dormita, mal vestita e impuntuale mi vuoi far sentire egocentrica e scema? Lo so che se mi scoppiasse una bomba in bagno dimenticherei che è finita la carta igienica.

Dai findelmondani il progettare è una credenza con pochi addetti. Ricordo quella volta in cui una sorgente sotterranea andò a parare nel pozzo del giardino di casa mia, allagando tutto. Chiamai per un pomeriggio intero tutti i camion di spurghi, fino a quando uno rispose. Gli spiegai la situazione e chiesi quando potevano venire. “Se siamo fortunati, signora, domani. Forse. Oppure dopo domani, magari”. Avevo nove anni di primo mondo addosso e questa risposta mi fece sbattere le palpebre velocemente senza sincronizzazione tra una e l’altra: “Come ‘se siamo fortunati’? Come ‘domani, forse, o dopo domani? Che faccio? mi siedo su una sdraio, spargo del sale grosso e faccio un lungo pediluvio fin quando non vi vedo arrivare?” “eh eh signora. ‘Se siamo fortunati ‘significa ‘se domani ci siamo tutti: noi qua, lei là, il pozzo nel giardino’ e così via…E va bene, diciamo che, se tutto va bene e se Dio vuole, forse domani verremo.” Impossibile ribattere perché non potevo garantire a nome della fortuna.

Arrivarono dopo due giorni, con calma, gentili, e verso sera. Perché prima faceva troppo caldo. Eppure non è successo niente, questo evento non cambiò la sorte di nessuno e il mondo continuò a girare nello stesso non senso.

Vivono nel caos, come tutti noi, ma al netto della frustrazione che nasce dal credere che ci sia qualcosa che possano controllare. Giusto le proprie urine si possono controllare, e a seconda della età, condizione del pavimento pelvico e della prostata, a volte nemmeno quelle. Allora non si agitano se perdono un semaforo, o cinque semafori. Non si sconvolge nessuno se in città in mezzo alla strada c’è un cavallo con dietro un carro, o se li fanno il pieno di benzina sul diesel. Perché la cosa veramente strana sarebbe che questo non accadesse, che tutti fossero ordinati, concentrati e infallibili ad alte percentuali.

Io non ho grandi problemi, solo un pugno di frustrazioni stupide dovute a questo simbolo di adultità consacrata che chiamano progetti, conditi da aspettative, e tra queste le più cattive quelle che ho nei miei confronti.

Ma da oggi smetto. Non farò più progetti al dettaglio. Solo al ingrosso, giusto per avere una direzione. Tirerò solo le grandi linee del mio desiderio. Quello con la D maiuscola, quello che nutre la vita, che non la sciupa come fanno le aspettative. Il Desiderio legna secca che fa divampare i fuochi e fa trovare qualcosa da bruciare quando non c’è più legna asciutta.

E queste linee formeranno un viale lungo e largo, pieno di alberi, da popolare strada facendo. Non prima. Non avrà cartelli di divieto ai lati. Si potrà circolare come si vuole. A passo lento vestiti o meno, cantando sul monopattino, in moto senza casco avvinghiati in un abbraccio o su un camion sgangherato pieno di amici che cantano canti da stadio.  Si potrà sostare, parcheggiare senza limite di tempo, svoltare, fare inversione a U, controllare il telefono, bere, fumare, o fermarsi a leggere o dormire la siesta sotto gli alberi, e quando si riconosce la volta buona si potrà andare oltre qualsiasi limite di velocità senza punizione, con il tifo sfegatato di tutte le stelle. L’unico cartello di questa strada ospiterà una  frase di Julio Cortázar: «La speranza appartiene alla vita, è la vita stessa che si difende.»

Pubblicato su Panorama.it luglio 2016

Galleggio nel canal grande dei miei sogni

Non sono ubriaca né drogata, non mi sono innamorata e non sono su una nave, ma da tre settimane mi gira la testa quando mi sdraio e poi quando mi alzo, cosa che mi ha condizionato il piacere di andare a letto e di incominciare poi la giornata. 

Allora ho iniziato ad andare a letto con cautela, tentando di ingannare il centralino. Mi sedevo facendo quella che passava di lì, mi appoggiavo sui cuscini, leggevo un libro, e poi facendo finta di dormire scivolavo giù piano piano, e via che partiva la girandola lo stesso. La camera era ferma, ma io sembrava mi fossi bevuta cinque gin tonic. E al mattino la stessa cosa, alzarmi dal letto piano, come fanno i sub quando risalgono dalle profondità, lanciando i piombi nel sonno. Ma il giramento era inevitabile. 

Non sapendo da dove provenisse questo disturbo, e considerando che andava avanti nei giorni, a ogni giramento di testa si innescava anche un attacco di ansia, che a sua volta ingaggiava la mia parte adulta, sana, ragionevole e psicanalizzata che mi diceva tutte le cose ragionevoli che le persone adulte e psicanalizzate dicono a quelli che hanno un attacco d’ansia  (con le riserve che le persone adulte hanno davanti a chi ha un attacco d’ansia ma che ha anche dei veri giramenti di testa che potrebbero indicare qualcos’altro). 

Quindi, con finta serenità e disinvoltura, mi dissi “senti, bella” . No, non è vero, io non dico bella né tesoro. Mi dissi: “Senti, cicciona”. No, questo me lo dico quando vado  comprarmi qualcosa mentre litigo con i pantaloni piccoli dentro angusti camerini con le tendine che non si chiudono mai per bene e le mochette che fanno pena e la luce dall’alto, bianca, che ti distrugge qualsiasi inquadratura buona ti fosse rimasta. So che non è bello e forse nemmeno giusto parlare così, ma con me sono in confidenza e arrivo a detestarmi come non ho mai detestato nessuno in vita mia. Poi mi passa e mi riconcilio, se mi sono trattata troppo male mi offro lo champagne e mi regalo un libro. Mi sono detta soltanto “Senti, di sicuro non è niente di grave, ma potresti fare una risonanza e una lastra per stare tranquilla”. 

Ah, che frase meravigliosa, meno male che non ho fatto la psicologa “Potresti fare una risonanza per stare tranquilla”. E’ un potentissimo agitatore del pavimento della serenità della tua anima. Diventi un pozzo senza fondo di fragilità e paura. Nel contempo la tua parte sana combate con tutte le sue forze e le sue armi nobili per tenerti il più possibile intera. 

E così continui la tua vita, lavori, scrivi, porti a scuola, prendi a scuola, cucini, apparecchi, sparecchi, ti fai la doccia, fai boxe, la raccolta differenziata, tutto con questa musica di fondo brutta, fastidiosa, che ti agita, e ti fa sudare caldo e poi freddo. A momenti mi arrabbiavo e combattevo, sdraiandomi senza indugi, alzandomi di scatto e barcollando lungo il muro. Basta. Non si può vivere nella paura. Se deve girare, che giri. 

Forse sono solo pensieri ipocondriaci, mi dicevo, a volte vengono quando qualcosa di bello mi sta capitando o per capitare, e anche quando qualcosa di bello finisce. E’ la paura di essere rotta, guasta, malata, non funzionante, inadeguata. Deforme a livello invisibile. E’ il dolore di essere e la paura di non essere più. Quando mi rimprovero tutto il rimproverabile, inizio dai fatti, partendo da lontano e arrivo fino all’ultimo pensiero rimproverabile fino a questo istante. Mea culpa. Mea culpa per tutto quello che possa aver osato fare o desiderare che ora mi punisce. 

Così sono arrivata oggi in clinica, a fare risonanza e lastra per stare tranquilla. Non c’è posto dove io mi senta più inadeguata che in luoghi ordinati e spaziosi. Mi sentivo uno spaventa passeri in mezzo a segretarie con il taglio giusto di cappelli e le unghie fatte ieri, la camicia di seta bianca e il trucco. Poi se per caso una porta di vetro mi mostra il mio riflesso, l’immagine non è mai così catastrofica.

In sala raggi c’era il dottor Smith. Questo cognome mi faceva sentire in un libro americano, dando alla scena la dose di surrealtà di cui avevo bisogno. Il dott. Smith è un uomo di una certa età alto forse due metri, si è alzato per venire a salutarmi e mi chiese: 

– Cosa ha?

– Mi gira la testa

– Pure a me – disse il dottore Smith appoggiando le due mani sopra il lettino. Soffriva di un tipo di ipotensione che gli faceva questo effetto e lo avrei abbracciato. La condivisione del sintomo mi face sentire meno sola e molto sola allo stesso tempo. 

Dopo la lastra si va per la risonanza. Mezz’ora immobile dentro questo tunnel psichedelico, con la pompa che dava una base 4/4 un po’ tecno, e poi tutti i rumori che si aggiungevano e cambiavano ritmo e timbro.

Esco e torno dal dott Smith, che con il mio cervello nel monitor e il mio collo sulla lastra appesa controluce mi dice: Ma cosa ha fatto lei? Incidenti? Colpi di frusta? Sport estremi? Ho passato in rassegna mentalmente e direi di aver sforzato il collo, ma non così. 

Il verdetto è che la mia testa non ha niente, e questo fa diventare l’altro verdetto, l’artrosi cervicale, una specie di poesia. Una poesia sulla vita che va avanti e il perdono di noi stessi, criminali quanto un bambino che ha pucciato il dito nella marmellata, colpevoli quanto le rondini di migrare. Non sono guarita ancora, ma ora non giro, galleggio nel canal grande dei miei sogni. 

Articolo pubblicato su Panorama.it

Fuoco, parole e azzardo

Quando presi questa scrivania in una bottega di mobili vecchi la artigiana mi disse “le do questa chiave del primo cassetto, non è la sua, quindi non potrà chiuderlo, ma le servirà come maniglia.” E così è stato, sono arrivata a casa e ho provato comunque a chiuderlo, ma non era la sua chiave, era vero. 

Era però una verità relativa come tutte, tranne, dicono, il pi greco. Oggi mentre lo aprivo per prendere qualcosa  sentì clac e il cassetto si è chiuso a chiave. Ho tentato di aprirlo, sapendo mentre lo facevo che non ci sarei mai riuscita, che potrei passare il giorno intero a tentare la fortuna di dare nel punto giusto nel quale un dente della chiave vecchia e sbagliata, apre una vecchia serratura che non è stata fatta per lei. Quindi ho mollato. Si aprirà per caso, quando sarà il momento giusto. O non si aprirà mai più. Chissà.

Ora quel piccolo cassetto anonimo, il primo in alto, senza maniglia e con una chiave in prestito, è diventato uno scrigno chiuso per magia. 

Non ricordo cosa volevo prendere e nemmeno riesco a ricordare cosa aveva dentro. Un accendino, forse due, un blocchetto con appunti, matite senza punta, un mazzo di carte, a volte le mischio mentre penso e vago con la mente, penne che non scrivono, e non ricordo che cos’altro.

Suonano il campanello. Ho fatto la spesa on line e così ho guadagnato due ore per scrivere. Il signore della consegna è siciliano, si sente dall’accento. Appoggiando la busta più pesante accanto al pianoforte mi dice “Suona lei? Bello. Mia moglie è insegnante di pianoforte. A casa ho uno di quelli a coda, da Salerno se lo è portato. L’hanno portato su, al quinto piano, con un robotino che ci ha messo sette ore per arrivare in alto. Ma senza un graffio, e la cosa più strana: non si è scordato. E’ pure venuto il signore quello lì que li accorda, e non c’è bisogno, ha detto. Pensi. Ma è bello. Io non me ne intendo, ma mia moglie mica suona così per suonare. Ventisette bambini ha, come allievi – dice mentre cerca nel cellulare una foto del pianoforte – Io non me ne intendo, ma quando non ci sono i bambini e non c’è lezione, lei suona, e spesso quando lei suona io prendo la giacca e me ne vado.” Mi sorprende e mi si vede in faccia, lo guardo e non capisco, non le piace? chiedo. “No signora, mi piace. Esco perché mi viene da piangere, signora, da piangere mi viene. Schumann, ha mai sentito Schumann? Io non me ne intendo, ma quel signore non si può sentire, come lo suona poi la mia moglie si può sentire ancora meno. Fa male. E io me ne vado.”

Ho lasciato la spesa in cucina e sono tornata alla mia scrivania che ora  è la madre di uno scrigno. Mi siedo a scrivere con Schumann nelle orecchie. Voglio scrivere per chi non se ne intende, per chi sa appena leggere, per chi non sa leggere affatto e se lo farà leggere da qualcun altro, magari in un ospizio. Per quelli che non se ne intendono: sentono e basta. Quelli sono i lettori più pregiati, i più difficili. A loro non importa niente della struttura, la scaletta, la costruzione del personaggio, il nome del genere appartenente, la quantità di repertorio autobiografico. Quelli sono pericolosi, non li puoi fregare con giochi di prestigio letterari, vanno in giro con l’anima allo scoperto, sorridono, salutano, si fanno permeare e se qualcosa li commuove troppo, fino al dolore, prendono la giacca e vanno. Che grande onore riuscire a far sentire cose.

Anche io di musica non me ne intendo, ma spesso ascolto musica classica con gli auricolari mentre scrivo, e succede come con i dipinti che non è questione di intendere, succede semplicemente che alcune musiche, alcuni dipinti, forse solo uno in un intero museo, ti scuotono i sentimenti, e piangi o ridi, ti commuovi, e sei lì in piedi disarmato che non puoi fare che guardarlo, e ti senti dentro, in quel canale, con quei vestiti, potresti descrivere, se non ti concentrassi a farlo, com’è stata quella giornata. E sei tu il violino, e sei le pause, i silenzi, e la cosa che amo di più delle registrazioni: che in certi momenti si sente il respiro di qualcuno, forse quello che era più vicino al microfono, e automaticamente immagino il respiro di tutti i musicisti ed è un concerto nel concerto, casse toraciche come strumenti a fiato, scrigni in chiave di violino che creano mistero e magia, nel momento giusto. Come il mio scrigno chiuso che respira qui al mio fianco, con dentro, in sostanza, fuoco, parole e azzardo. 

Articolo pubblicato su Panorama.it

Senza numero civico

Che bello sarebbe avere nell’anima un portone, vecchio, di legno massiccio profumato di rovere e di legna arsa. Che faccia rumore quando si apre e quando si chiude. Con la maniglia di ferro, solida ed elegante. Ruvido, curato da piogge, soli estivi, giorni e notti umide, e abbracci di nebbia fitta. 

Sul quale ti possa appoggiare, e possa bussare qualunque giorno, a qualsiasi ora, quando la stanchezza fa tremare le gambe,  quando le fa tremare la paura, il desiderio,  quando le muse sembrano essere andate via per sempre e intorno tutto è deserto.

Un portone sul quale incidere date, nomi, cuori e disegni osceni senza essere ripresi, senza citofoni né videocamere di sorveglianza, senza tappeti di benvenuto orrendi né l’obbligo di pulire le scarpe, che si apra senza condizioni né permessi né punizioni. Che si spalanchi e ti porti nel luogo più consono al tuo sentire.

Che possa aprirlo per andare a giocare, e si srotolino davanti a te prati di margherite, farfalle turchesi, e profumo d’erba appena tagliata, che ci sia un grande fiume, cieli di Magritte e tutti i violini della primavera di Vivaldi. Che i bambini corrano e ridano e che la nostalgia sia dolce e li protegga per sempre, da lontano.

Che possa aprirlo anche per andare a piangere, a medicare le ferite che faticano a chiudersi, e ti riceva un fuoco accesso, crepitante, in una sala illuminata con timidezza e pavimento di legno, e ti abbraccino i violini e i bandoneones del tango senza parole più triste e bello, che no consolano, ma accompagnano e comprendono, perché a loro veramente niente di umano è sconosciuto

Che si apra ad un bar di anni passati, a notte tarda, con i tavoli rotondi e piccoli, le sedie quelle lì, e profumo di tabacco e cioccolato nell’aria, un pianoforte a coda di suono rotondo e grave, come un cognac invecchiato, e una donna che suona, noncurante da tutti, con le sue mani che intrecciano insieme i tasti neri, i bianchi e la sua fragilità. 

Che si apra a mondi sconosciuti, paralleli, invisibili e incantati senza numero civico, quando abbia bisogno di perderti, di nasconderti dallo sguardo degli orologi e degli specchi, della coscienza del cuscino, del confessionale  e delle tue ginocchia piene di spine e di penitenze. E che in quel mondo ti avvolgano i profumi antichi di  vite passate,  che ritrovi i tuoi amori e i tuoi tormenti, e tutti ti perdonino, e tu perdoni, che piova acqua di fiori di arancio sui roghi e i proiettili in pieno volo diventino rondini, che disegnino feste e scudi nel cielo e dopo volino via, a cercare la prossima primavera. 

Articolo pubblicato su Panorama.it

Il Re della partita

Le braci nella carriola, le salsicce sulla griglia, il pane pronto, le luci che guardano fisso il campo da gioco ancora vuoto. La rugiada sull’erba nella notte estiva e umida di una città con un fiume. Noi, e gli altri, tutti, che mangiamo girasole, seduti o in piedi; il clack dei semi che scoppiano tra i denti. 

Le conversazioni, i saluti, i vecchi amici, bambini diventati uomini. I poliziotti, un cane lupo, l’arbitro e gli uomini linea; il controllo delle palle, i fischietti, le bandierine. 

Le grade, gli insetti che sorvolano come coriandoli, sedersi lontano. Le donne, sorelle, nonne, le madri le amiche le figlie appena nate. Gli amici, i padri, i figli, i tifosi e la tifoseria, i tamburi e i corni, e gli è corner, cornuto! 

I giornalisti e i fotografi, e lo stadio pieno di esperti di calcio, che siamo noi sulle grade. Asino! Corner fa tua sorella! Le sorelle, le mogli e le madri  dei giocatori e degli arbitri (anche dei tecnici e dei massaggiatori, se lo meritano) sono il bersaglio preferito degli insulti degli esperti, chiamati tifosi. L’arbitro può annullare la partita se gli insulti sono discriminatori. Diciamo che ‘figlio di puttana’ va bene (e pur sempre una delle più antiche professioni) ma ‘figlio di puttana negra’, no.

Allo stadio tutto è vivo e succede sotto gli occhi, le orecchie e il naso. 

Allo stadio la partita si guarda per intero, nessun riassunto dei momenti migliori.  Nei momenti di noia, palle che vanno fuori e gioco lento, ci si distrae, si parla di qualcosa, si guarda altrove; così fanno gol, te lo perdi e festeggi disorientato, senza replay.  

Allo stadio si sente il rumore del pallone contro i corpi dei giocatori, che lo parano con i piedi, il petto o la testa se va bene; con la gola, la mandibola, lo sterno o il naso, se va storta. L’importante e pararlo, mandarlo lontano dalla porta costi quel che costi. Mandarlo all’altra porta, quella loro, e lottare senza a mani per farla entrare, da quella porta. E’ facile, guarda com’è piccolo il pallone? Quante volte ci sta quella circonferenza di cuoio di quasi mezzo chilo dentro quella porta? 

Eppure non è poi così facile. A volte non ci si riesce proprio mentre gli altri riempiono la tua porta di palloni, bucano la rete da tutte le parti, come se la porta fosse stregata da una sindrome di accoglienza esagerata e insoltente, ma solo per loro, amplificando all’infinito la solitudine del tuo portiere

Ieri le porte erano chiuse per tutti. Ma i nostri sono riusciti a trovare una crepa, non ho visto come, perché stavo guardando gli esperti con le bandiere e i tamburi, ma dicono sia stato un gol molto bello. Uno a zero più lo sfondo di braci nella carriola, i canti dei tifosi e il profumo del fumo delle salsicce sulla griglia. Il panino amico che accompagna l’attesa del secondo tempo, intrattiene i bambini, festeggia i vincitori e consola gli sconfitti, mi fa dichiarare, come esperta che sono di questo gioco appassionante, che il re della partita è il choripán.

Articolo pubblicato su Panorama.it

Cuore migratorio

Parcheggiata la macchina davanti al fiume sono scesa con lo zaino in spalla e i guanti in mano. Mi viene incontro il ragazzo del parcheggio. “Signora, gliela guardo?” mi chiede. “Sì, grazie, quanto costa?” chiedo, perché con l’inflazione non so mai se quello che ho basta, non basta o avanza.  “A volontà, quello che vuole lei, gliela lavo anche se vuole, vedrà, come nuova gliela lascio”. Accetto e attraverso la strada per andare in palestra, al capannone dove faccio boxe in Argentina.

Temevo. Joaquin Sabina dice che nei posti dove sei stato felice non dovresti tornare. Ma io, pur adorando Sabina e la sua poesia, ci torno sempre che posso. E spesso sono felice. Diverso, ma di nuovo.

C’era Carmen, con il piede gofio su una sedia. Si era fatta male a una caviglia. Suo marito, Roque, il vecchio boxeur che presidia la palestra, a casa le dice di stare ferma, ma lei non ce la fa. Un beso sulla guancia a Carmen e vado dentro. Sono le cinque, l’ora dei veri boxeur che si accaniscono contro i sacchi appesi ai ganci sulle travi, a suon di cumbia.

Bisogna fasciare bene le mani, sopratutto se sei un principiante come me. Passare la benda  tra le dita e poi sul polso, altrimenti la mano non è ferma e ti fai male. Perché i principianti possiamo avere pure forza e motivi, la rabbia o il dolore, ma ci dimentichiamo di tenere il pugno fermo. E picchiamo duro e male, e quel male resta con noi. Dopo le bende si infilano i guanti, e al sacco.

Sono contenta, e ho voglia di piangere. Quién me va a curar el Corazón partido, chi mi guarirà il mio cuore spezzato, canta Alessandro Sanz, che non mi piace ma quello è un ritornello fisso nella mia mente, il tormentone dell’ave migratoria che sono. 

Nessuno me lo guarirà. Perché dovrò partire, e perché voglio partire. Ma voglio anche restare. Con tutte le miserie di tutti i mondi, del vecchio e del nuovo, senza bugiarde idealizzazioni. Vorrei sdoppiarmi, duplicarmi, e viverli in contemporanea, con le iguane tra i piedi e l’Arco della pace, il suono delle cicale e del tram sotto casa. Gli amici di là e gli amici di qua. Con le due lingue, con tutti i dialetti e con tutte le musiche.

Nessuno guarisce i cuori migranti. Non c’è cura per loro né bypass né trapianto. Non potrò mai essere cittadina del mondo, con questo cuore qua. Perché fa radici sparse e poi batte fuori tempo.

Fuori il ragazzo avrà portato il suo secchio pieno d’acqua e la sua spugna per lavare la macchina e lasciarla nuova. Ha un gilet giallo, forse gliel’ha imposto il municipio, forse gli da un po’ di autorevolezza di fronte a tutti quelli che parcheggiano lì per andare a correre o camminare sul largo e lungo marciapiede panoramico che accompagna il fiume. Raggazzo emigrato dai propri sogni. 

Uno, due. C’è la tentazione di allontanare il pugno e prendere rincorsa, ma così sembri un disperato, uno che affoga, e ti fai male, per di più ti scopri e rischi. Il pugno parte dal mento, e il corpo, ben piantato, lo accompagna e gli dà la forza.

Poche volte uno capisce in situ la bellezza e l’intensità di ciò che si sta vivendo. Bisogna perderlo tutto e poi viene più facile. Come mangiare un babà dopo  mesi a dieta ferrea, o bere un bicchiere di Malbec reserva dopo un anno astemio.

Esco. La macchina brilla, davvero sembra nuova. Salgo, e raggiungo il ragazzo che sta più avanti con il suo secchio, lavando un’altra macchina. Gli dò i soldi e lo ringrazio, lui mi guarda con gli occhi scuri e sereni come il fiume cresciuto che abbiamo davanti e ci fa da testimone, sorride e mi ringrazia a sua volta.

Il gatto domestico graffia le porte perché non fa il suo “lavoro naturale”. Non so bene quale sia il lavoro naturale di noi umani,  ma credo che nel nostro graffiare le porte si nasconda la possibilità di consolarci, di redimerci e di creare bellezza.

Articolo pubblicato su Panorama.it