Il viale del desiderio

“Fare progetti” è un’attività con una buona reputazione. Se ne parla bene, qualcosa da fare per vivere meglio. Dopo giorni pieni di frustrazione ho deciso che con me non funzionano. Sono come i sogni — e non come li vedeva quell’ottimistone di Walt Disney che “se lo puoi sognare lo puoi fare”— appena fatti li tieni lì, lucenti come acqua nell’incavo delle mani ma subito iniziano a sbrodolare fra le dita. Uno spavento ti fa alzare le mani, o ti viene da abbracciare qualcuno, e plaf, ti ritrovi con le mani asciutte e i piedi nel fango.

Questa cosa di fare progetti mi ha preso qui nel primo mondo, dove mano a mano che passa il tempo ti fai convincere, e cadi nella menzogna metropolitana di credere che puoi organizzarti, decidere, controllare gli eventi, fare un planning; che puoi incastrare impegni in una giornata, giorni in un mese e mesi nell’anno  come specchietti in un mosaico. Poi basta un cantiere aperto nel posto giusto, la prima bolla di varicella, o una tazza di caffè rovesciata sul computer (per non parlare delle vere tragedie, come un bambino che al mattino vomita in macchina il carpaccio di salmone della sera precedente), e il mosaico torna a essere solo uno specchio rotto e preghi che la sfiga non duri sette anni.

Allora compare quello che ha deciso di essere Zen e si è stampato un sorriso ebete in faccia, a dirti che i tuoi non sono problemi, che nel mondo c’è la guerra, la fame e le malattie. Lo so, porchissimissima vacca, lo so. Che c’è? oltre che nervosa, mal dormita, mal vestita e impuntuale mi vuoi far sentire egocentrica e scema? Lo so che se mi scoppiasse una bomba in bagno dimenticherei che è finita la carta igienica.

Dai findelmondani il progettare è una credenza con pochi addetti. Ricordo quella volta in cui una sorgente sotterranea andò a parare nel pozzo del giardino di casa mia, allagando tutto. Chiamai per un pomeriggio intero tutti i camion di spurghi, fino a quando uno rispose. Gli spiegai la situazione e chiesi quando potevano venire. “Se siamo fortunati, signora, domani. Forse. Oppure dopo domani, magari”. Avevo nove anni di primo mondo addosso e questa risposta mi fece sbattere le palpebre velocemente senza sincronizzazione tra una e l’altra: “Come ‘se siamo fortunati’? Come ‘domani, forse, o dopo domani? Che faccio? mi siedo su una sdraio, spargo del sale grosso e faccio un lungo pediluvio fin quando non vi vedo arrivare?” “eh eh signora. ‘Se siamo fortunati ‘significa ‘se domani ci siamo tutti: noi qua, lei là, il pozzo nel giardino’ e così via…E va bene, diciamo che, se tutto va bene e se Dio vuole, forse domani verremo.” Impossibile ribattere perché non potevo garantire a nome della fortuna.

Arrivarono dopo due giorni, con calma, gentili, e verso sera. Perché prima faceva troppo caldo. Eppure non è successo niente, questo evento non cambiò la sorte di nessuno e il mondo continuò a girare nello stesso non senso.

Vivono nel caos, come tutti noi, ma al netto della frustrazione che nasce dal credere che ci sia qualcosa che possano controllare. Giusto le proprie urine si possono controllare, e a seconda della età, condizione del pavimento pelvico e della prostata, a volte nemmeno quelle. Allora non si agitano se perdono un semaforo, o cinque semafori. Non si sconvolge nessuno se in città in mezzo alla strada c’è un cavallo con dietro un carro, o se li fanno il pieno di benzina sul diesel. Perché la cosa veramente strana sarebbe che questo non accadesse, che tutti fossero ordinati, concentrati e infallibili ad alte percentuali.

Io non ho grandi problemi, solo un pugno di frustrazioni stupide dovute a questo simbolo di adultità consacrata che chiamano progetti, conditi da aspettative, e tra queste le più cattive quelle che ho nei miei confronti.

Ma da oggi smetto. Non farò più progetti al dettaglio. Solo al ingrosso, giusto per avere una direzione. Tirerò solo le grandi linee del mio desiderio. Quello con la D maiuscola, quello che nutre la vita, che non la sciupa come fanno le aspettative. Il Desiderio legna secca che fa divampare i fuochi e fa trovare qualcosa da bruciare quando non c’è più legna asciutta.

E queste linee formeranno un viale lungo e largo, pieno di alberi, da popolare strada facendo. Non prima. Non avrà cartelli di divieto ai lati. Si potrà circolare come si vuole. A passo lento vestiti o meno, cantando sul monopattino, in moto senza casco avvinghiati in un abbraccio o su un camion sgangherato pieno di amici che cantano canti da stadio.  Si potrà sostare, parcheggiare senza limite di tempo, svoltare, fare inversione a U, controllare il telefono, bere, fumare, o fermarsi a leggere o dormire la siesta sotto gli alberi, e quando si riconosce la volta buona si potrà andare oltre qualsiasi limite di velocità senza punizione, con il tifo sfegatato di tutte le stelle. L’unico cartello di questa strada ospiterà una  frase di Julio Cortázar: «La speranza appartiene alla vita, è la vita stessa che si difende.»

Pubblicato su Panorama.it luglio 2016

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