Senza numero civico

Che bello sarebbe avere nell’anima un portone, vecchio, di legno massiccio profumato di rovere e di legna arsa. Che faccia rumore quando si apre e quando si chiude. Con la maniglia di ferro, solida ed elegante. Ruvido, curato da piogge, soli estivi, giorni e notti umide, e abbracci di nebbia fitta. 

Sul quale ti possa appoggiare, e possa bussare qualunque giorno, a qualsiasi ora, quando la stanchezza fa tremare le gambe,  quando le fa tremare la paura, il desiderio,  quando le muse sembrano essere andate via per sempre e intorno tutto è deserto.

Un portone sul quale incidere date, nomi, cuori e disegni osceni senza essere ripresi, senza citofoni né videocamere di sorveglianza, senza tappeti di benvenuto orrendi né l’obbligo di pulire le scarpe, che si apra senza condizioni né permessi né punizioni. Che si spalanchi e ti porti nel luogo più consono al tuo sentire.

Che possa aprirlo per andare a giocare, e si srotolino davanti a te prati di margherite, farfalle turchesi, e profumo d’erba appena tagliata, che ci sia un grande fiume, cieli di Magritte e tutti i violini della primavera di Vivaldi. Che i bambini corrano e ridano e che la nostalgia sia dolce e li protegga per sempre, da lontano.

Che possa aprirlo anche per andare a piangere, a medicare le ferite che faticano a chiudersi, e ti riceva un fuoco accesso, crepitante, in una sala illuminata con timidezza e pavimento di legno, e ti abbraccino i violini e i bandoneones del tango senza parole più triste e bello, che no consolano, ma accompagnano e comprendono, perché a loro veramente niente di umano è sconosciuto

Che si apra ad un bar di anni passati, a notte tarda, con i tavoli rotondi e piccoli, le sedie quelle lì, e profumo di tabacco e cioccolato nell’aria, un pianoforte a coda di suono rotondo e grave, come un cognac invecchiato, e una donna che suona, noncurante da tutti, con le sue mani che intrecciano insieme i tasti neri, i bianchi e la sua fragilità. 

Che si apra a mondi sconosciuti, paralleli, invisibili e incantati senza numero civico, quando abbia bisogno di perderti, di nasconderti dallo sguardo degli orologi e degli specchi, della coscienza del cuscino, del confessionale  e delle tue ginocchia piene di spine e di penitenze. E che in quel mondo ti avvolgano i profumi antichi di  vite passate,  che ritrovi i tuoi amori e i tuoi tormenti, e tutti ti perdonino, e tu perdoni, che piova acqua di fiori di arancio sui roghi e i proiettili in pieno volo diventino rondini, che disegnino feste e scudi nel cielo e dopo volino via, a cercare la prossima primavera. 

Articolo pubblicato su Panorama.it

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