Galleggio nel canal grande dei miei sogni

Non sono ubriaca né drogata, non mi sono innamorata e non sono su una nave, ma da tre settimane mi gira la testa quando mi sdraio e poi quando mi alzo, cosa che mi ha condizionato il piacere di andare a letto e di incominciare poi la giornata. 

Allora ho iniziato ad andare a letto con cautela, tentando di ingannare il centralino. Mi sedevo facendo quella che passava di lì, mi appoggiavo sui cuscini, leggevo un libro, e poi facendo finta di dormire scivolavo giù piano piano, e via che partiva la girandola lo stesso. La camera era ferma, ma io sembrava mi fossi bevuta cinque gin tonic. E al mattino la stessa cosa, alzarmi dal letto piano, come fanno i sub quando risalgono dalle profondità, lanciando i piombi nel sonno. Ma il giramento era inevitabile. 

Non sapendo da dove provenisse questo disturbo, e considerando che andava avanti nei giorni, a ogni giramento di testa si innescava anche un attacco di ansia, che a sua volta ingaggiava la mia parte adulta, sana, ragionevole e psicanalizzata che mi diceva tutte le cose ragionevoli che le persone adulte e psicanalizzate dicono a quelli che hanno un attacco d’ansia  (con le riserve che le persone adulte hanno davanti a chi ha un attacco d’ansia ma che ha anche dei veri giramenti di testa che potrebbero indicare qualcos’altro). 

Quindi, con finta serenità e disinvoltura, mi dissi “senti, bella” . No, non è vero, io non dico bella né tesoro. Mi dissi: “Senti, cicciona”. No, questo me lo dico quando vado  comprarmi qualcosa mentre litigo con i pantaloni piccoli dentro angusti camerini con le tendine che non si chiudono mai per bene e le mochette che fanno pena e la luce dall’alto, bianca, che ti distrugge qualsiasi inquadratura buona ti fosse rimasta. So che non è bello e forse nemmeno giusto parlare così, ma con me sono in confidenza e arrivo a detestarmi come non ho mai detestato nessuno in vita mia. Poi mi passa e mi riconcilio, se mi sono trattata troppo male mi offro lo champagne e mi regalo un libro. Mi sono detta soltanto “Senti, di sicuro non è niente di grave, ma potresti fare una risonanza e una lastra per stare tranquilla”. 

Ah, che frase meravigliosa, meno male che non ho fatto la psicologa “Potresti fare una risonanza per stare tranquilla”. E’ un potentissimo agitatore del pavimento della serenità della tua anima. Diventi un pozzo senza fondo di fragilità e paura. Nel contempo la tua parte sana combate con tutte le sue forze e le sue armi nobili per tenerti il più possibile intera. 

E così continui la tua vita, lavori, scrivi, porti a scuola, prendi a scuola, cucini, apparecchi, sparecchi, ti fai la doccia, fai boxe, la raccolta differenziata, tutto con questa musica di fondo brutta, fastidiosa, che ti agita, e ti fa sudare caldo e poi freddo. A momenti mi arrabbiavo e combattevo, sdraiandomi senza indugi, alzandomi di scatto e barcollando lungo il muro. Basta. Non si può vivere nella paura. Se deve girare, che giri. 

Forse sono solo pensieri ipocondriaci, mi dicevo, a volte vengono quando qualcosa di bello mi sta capitando o per capitare, e anche quando qualcosa di bello finisce. E’ la paura di essere rotta, guasta, malata, non funzionante, inadeguata. Deforme a livello invisibile. E’ il dolore di essere e la paura di non essere più. Quando mi rimprovero tutto il rimproverabile, inizio dai fatti, partendo da lontano e arrivo fino all’ultimo pensiero rimproverabile fino a questo istante. Mea culpa. Mea culpa per tutto quello che possa aver osato fare o desiderare che ora mi punisce. 

Così sono arrivata oggi in clinica, a fare risonanza e lastra per stare tranquilla. Non c’è posto dove io mi senta più inadeguata che in luoghi ordinati e spaziosi. Mi sentivo uno spaventa passeri in mezzo a segretarie con il taglio giusto di cappelli e le unghie fatte ieri, la camicia di seta bianca e il trucco. Poi se per caso una porta di vetro mi mostra il mio riflesso, l’immagine non è mai così catastrofica.

In sala raggi c’era il dottor Smith. Questo cognome mi faceva sentire in un libro americano, dando alla scena la dose di surrealtà di cui avevo bisogno. Il dott. Smith è un uomo di una certa età alto forse due metri, si è alzato per venire a salutarmi e mi chiese: 

– Cosa ha?

– Mi gira la testa

– Pure a me – disse il dottore Smith appoggiando le due mani sopra il lettino. Soffriva di un tipo di ipotensione che gli faceva questo effetto e lo avrei abbracciato. La condivisione del sintomo mi face sentire meno sola e molto sola allo stesso tempo. 

Dopo la lastra si va per la risonanza. Mezz’ora immobile dentro questo tunnel psichedelico, con la pompa che dava una base 4/4 un po’ tecno, e poi tutti i rumori che si aggiungevano e cambiavano ritmo e timbro.

Esco e torno dal dott Smith, che con il mio cervello nel monitor e il mio collo sulla lastra appesa controluce mi dice: Ma cosa ha fatto lei? Incidenti? Colpi di frusta? Sport estremi? Ho passato in rassegna mentalmente e direi di aver sforzato il collo, ma non così. 

Il verdetto è che la mia testa non ha niente, e questo fa diventare l’altro verdetto, l’artrosi cervicale, una specie di poesia. Una poesia sulla vita che va avanti e il perdono di noi stessi, criminali quanto un bambino che ha pucciato il dito nella marmellata, colpevoli quanto le rondini di migrare. Non sono guarita ancora, ma ora non giro, galleggio nel canal grande dei miei sogni. 

Articolo pubblicato su Panorama.it

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