Spiegazione lacustre dei luoghi comuni

Lo comune non lega con l’individuale. Ma, nonostante l’individualismo imperante, siamo pieni di luoghi comuni. Sono luoghi simbolici condivisi, che ci fanno sbattere la testa contro i pavimento dalla noia, ma dai quali non  sempre riusciamo a scappare. Di solito, per pigrizia. Questi luoghi comuni sono, per esempio, le conversazioni sul tempo, le intensità delle piogge, la superficialità di esporsi a un’anestesia totaaaale soltanto per ingrandirsi le tette o rimpicciolirsi il naso. Ignorando che, volendo, ci si può operare il naso con soltanto la mano sinistra, per dire, anestetizzata. Gusti son gusti. 

Non bastasse, abbiamo anche luoghi comuni individuali. Cose nelle quali pensiamo ogni volta che pensiamo ad un altra cosa. Mi spiego con un’esempio personale (per non perdere questa meravigliosa abitudine contemporanea della autoreferenzialità): quando sento di qualcosa collegata al diabolico, penso automaticamente a una comadreja, che per facilitarvi la lettura chiamerò donnola ma è molto più brutta e cattiva. La vedo dai miei occhi verso l’interno: la sua faccia da topo, la sua coda da scoiatolo e il suo corpo trans. Il suo stridio malefico,  la sua puzza di puzzola, il suo cuoio duro da cinghiale.

Le odio cosi tanto che quando mi dissero che era un marsupiale pensai al Tarantasio, nessun canguro. E il mio sentimento è giustificato, non è magnanimo e irrazionale come l’amore degli animalisti.

C’era una volta… il tempo in cui queste bestie credettero che l’intercapedine del mio tetto fosse il loro tetto (un luogo comune!). Tutti siamo stati giovani e idealisti, cosicché a primo impatto dissi: che bella, la natura, possiamo vivere tutti insieme!; tanto, considerando che loro mangiano topi morti e uova crude, e io asado di mucca al sangue su letto di salsiccia, per il cibo non avremo certo da litigare.

Ma la sera, quando la mia prole e io andavamo a letto, la donnola e la sua prole si svegliavano e ci camminavano sopra. Eravamo separati da un soffitto sottile come le sottovesti di mia nonna. Potevo sentire, sdraiata sul letto al buio, l’eco delle loro corse, sembravano rotolare da una parte all’altra, e galoppare. In casa tutti dormivano. Perché solo io, che ero incinta, immaginavo il soffitto aprirsi e partorire donnole assassine. 

Fin quando una notte, una di loro tentò di intrufolarsi da un buco nel tetto, dove un tempo c’era stata una luce. L’animale mise il muso nel orificio e stridé, scoprendo dei denti terrificanti. In quel momento, in perfetto equilibrio tra proletario e borghese, la rimandammo sù con un palo di scopa e bloccammo il buco con una pallina da tennis. In quel preciso momento iniziò la guerra.

Bisogna considerare che se, mettendo da parte quel pezzo di cultura che abbiamo, siamo tutti animali, io ero, inoltre, un animale femmina con prole e gravida. Tra i più pericolosi, se messo in pericolo.

Iniziai proponendo uno sfratto tramite raccomandata. Non se ne andavano. Allora abbiamo chiuso tutti i buchi dai quali potevano essere uscite di giorno. E la notte erano di nuovo dentro.

Io dormivo sempre meno la notte, terrorizzata, non sapendo da dove avrebbero potuto invaderci, e quando all’alba il sonno mi vinceva, facevo incubi infestati da donnole.

Fin quando il socio ebbe un’idea: usare l’arma di guerra domestica contro le zanzare, cioè l’espirale fumogena, per farle uscire dal tetto. E funzionò, uscirono tossendo. Solo che poi tornarono. 

Allora abbiamo ripetuto l’operazione e le abbiamo aspettate fuori (come si minacciava prima che arrivasse facebook). Tranne me, che molto coraggiosa mi nascosi da qualche parte, gli altri le aspettarono fuori con una ingenuità disarmante: l’arma di sterminio era un fucile ad aria compresa. Le donnole ridevano con diaboliche risate mentre i pallini rimbalzavano nel loro cuoio duro. Ma le loro risate fecero risvegliare l’istinto della mia cagna di labrador molto vecchia, che non aveva mai cacciato prima, ma quella sera si alzò di scatto e con un solo movimento, con quella precisione che solo anni di genetica ereditata riescono a dare, ne ammazzò una, aprendo così le danze prima di tornare a cuccia per sempre.

Le altre furono bastonate con pali di scopa che vi si rompevano contro tanto erano dure, altre scapparono – tornarono solo a far visita qualche giorno fa, dopo anni, per ritirare il corpo di un roditore che i gatti avevano lasciato lì senza testa – e un’altra fu attraversata fatalmente da una forchetta da cammino, che io avrei buttato via, ma i conservatori lavarono e continuarono ad usare per finire la grigliata.

Perché vi stavo raccontando tutto ciò?

Ah, sì, i luoghi comuni individuali. E niente, quello, che di fronte al diabolico io penso alla donnola, altri penseranno l’esorcista, o alle corna, o al corvo, al rosso, al fuoco. Come il fuoco che sto per accendere adesso, anche se fa tanto caldo, mai fatto così tanto caldo, ma è un caldo secco, e si sa, che ciò che ti rovina è l’umidità. 

Pubblicato su Panorama

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