Meno followers. Più tifosi.

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Dicono che pregare, insultare e contare, venga meglio nella propria lingua. E  così ora mi viene benissimo insultare, nella mia lingua madre, la madre che partorì questa logica, questo meccanismo per il quale sembra sia così importante imparare questo nuovo linguaggio.

Del linguaggio di internet, parlo. Di instragram, twitter, followers, target, white list, trend topic, social visbility, hashtag, sotries. E poi uno insegna ai figli che non si dicono le parolacce. Le parolacce sono diventate poesia di quella alta, di fianco a “defolloware”. Una rabbia mi viene. E ho la tendinite che mi impedisce di andare a correre. Forse vado così mi spacco del tutto e amen. Al meno mi sfogo.  Mi sfigo, mi svago, mi sfuoco, mi svezzo. Sono davanti al computer e guardo il soffitto, non alla ricerca di idee ma di un posto dove attaccare un gancio dove attaccare un sacco da riempire di pugni.

‘Chi mi ama mi segua’, si diceva, e in Argentina ‘síganme los buenos!’, che mi seguano i buoni.  Ora invece basta amore, non serve più, come non serve che siano buoni. Seguitemi perché mi serve che siate tanti. Non importa se sei uno scienziato nucleare e ti segue una che si chiama Sunday baby e posta solo foto di bretelle mal regolate che scivolano giù e altri torpidi concetti visuali di sensualità.

Questo fino a quando non hanno scoperto “l’engagement”, cioè, si rendono conto che serve di nuovo l’amore. Allora i followers bisogna conquistarli con i contenuti (un sedere  a random comunque aiuta sempre).

Quando stai imparando a occuparti dei contenuti (che non sono mai i veri contenuti, ma il modo in cui li presenti. Non la sinfonia, ma la foto della copertina del disco, perchè non importa se la bistecca è dura e nervosa, basta che venga bene in foto), vengono fuori le stories. Adesso importano le stories, e ogni tanto, un post. Che dovrà essere perfetto, super curato per il quale dovrai munirti di un account managerche porterà un visual specialist che arriverà con il suo make up artist(quello che noi anziani chiamavamo fotografo e truccatore) per farti un portrait (cioè una foto, cosi togli quella foto fatta in spiaggia, e sembri capace).

Se nonostante tutto avrai duecento followers, sarai un pezzente. Anche se scrivi come Leopardi o sei un reporter di zone di guerra. E se ti seguono in troppi ma non ti amano (la cosa dell’engagement), a meno che tu non sia veramente Obama o la Kardashian, penseranno (forse giustamente) che hai comprato i followers, e sarai ugualmente pezzente.

Dovrai avere quindi la quantità giusta di persone, che ti seguano di propria volontà,  che davvero passino del loro tempo di vita a guardare le tue stories: te che cammini, te che dici quello che pensi sulla pioggia, te che lavori, te che vai a fare ginnastica, te che porti fuori il cane, te che fai il caffè al mattino.

Allora capisci che la grande ricchezza di questo tempo è possedere la libertà di non essere nessuno, di postare foto sfuocate e scrivere come Thomas Bernhard ne Il Soccombente. La libertà di guidare nella terza corsia digitale, fermandoti a fumare e bere nell’area sosta tutte le volte che ti venga voglia, scomparendo nei boschi, e riemergendo quando ti torna la voglia di asfalto e linee piene e tratteggiate e gialle e cartelli e gallerie e tutte quelle cose divertenti che si trovano per strada. Di accendere la radio nella notte e guidare al minimo consentito, ascoltando  per esempio una partita inspiegabile, dove Boca e River,  due squadre rivali da più di cento anni, si scarpinano tutta sudamerica con la palla al piede e li fanno fuori tutti, fino a fare diventare la finale della Copa Libertadores, una finale di quartiere.

E immaginarti quello stadio a forma di bomboniera che batte come un cuore innamorato sotto i salti dei tifosi. Che potrebbe anche, se un giorno salteranno nella frequenza giusta, implodere, crollare su sé stessa, o andare a fuoco questa sera, divorato dalla passione che si scatena dentro. E che nonostante il pericolo si riempirà ancora, di cori, colori e coriandoli. Perché chi ci va, sa, che vivere una emozione e una comunione del genere deve avere un rischio. Blu e oro tutto lo stadio. Senza engagement, solo amore. Come quello dei tifosi di Boca, che quando la loro squadra pareggia o perde, saltano e cantano ancora più forte.

Ai followers preferisco i tifosi così come preferisco tifare a seguire. Questa sera mi verrà bene pregare, insultare e contare, per Boca, nella mia lingua.

 

Articolo pubblicato su Panorama

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