La casa dei miei nonni

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Quando mi chiedo che senso abbia tutto quanto, la mia mente ritorna in quella casa e a quel ritmo che andava d’accordo con la vita.

 

Faceva freddo, ho recuperato le bimbe da scuola e siamo tornate a casa. Quant’è bello rientrare a casa d’inverno la sera.

Preparavo la cena, e mentre lavavo le verdure pensavo ai miei nonni, alle loro case semplici e alla cura che avevano delle cose. A volte passavo i fine settimana da loro, ricordo tutto come se l’avessi ora di fronte a me: i pavimenti che mio nonno era l’incaricato di pulire, il tavolo del salotto con il centrino bianco fatto al uncinetto, sopra il quale c’era un vaso di fiori; il pianoforte nero, la credenza con dentro le coppe panciute da cognac e quelle piccole da liquore, e sopra le foto di figli e nipoti che venivano spesso a trovarli. Allora la nonna prendeva dalla parte inferiore della credenza la scatola di vetro con le caramelle dure assortite. Ne prendevamo una a testa, per cui le sceglievamo con cura. Preferivo quelle di menta e quelle al caffè. Ricordo il rumore della carta tra le mani mentre ascoltavo mio padre parlare con mio nonno che elegante, seduto a gambe incrociate, sorrideva con bontà, come se tutti gli anni vissuti e l’avvicinarsi della morte non gli avessero fatto nessun male, non avessero incattivito neanche un sospiro della sua anima.

C’era anche la tv in un angolo, si vedeva in bianco e nero e dovevi alzarti per cambiare i canali. Mio nonno l’accendeva solo la sera, per guardare le notizie e le partite.

La credenza della cucina era la mia preferita, era bella e i miei ricordi sono all’altezza del marmo marrone chiaro, sul quale mia nonna aveva sempre una penna e un foglietto dove scriveva le cose che non doveva dimenticare. Dentro il cassetto di sinistra, sotto le tovaglie, c’era un vecchio libro di italiano, e la nonna ogni tanto mi insegnava qualcosa, sulla lingua e sulla nostalgia.

La sera si andava a dormire e mi davano il permesso di farlo in un piccolo letto che c’era nella loro stanza anziché farmi dormire da sola nella stanza accanto.

In camera loro, appeso alla parete, c’era un rosario, e sul comodino di mia nonna un vassoio con un bottiglione e due bicchieri di vetro, e la notte io chiedevo dell’acqua solo per sentire il rumore dell’acqua che sgorgava dal bottiglione.

C’era anche un armadio a tre ante con un grande specchio in quella di mezzo. Sopra c’erano due vecchie valigie, con dentro gli spartiti di pianoforte e l’ispirazione per i racconti di mia nonna sui suoi fratelli musicisti, le feste di campagna dove suonavano, i privilegi di essere la loro sorella. Racconti su nonno Francesco, i suoi baffi, la  severità, il dialetto piemontese, la casa di famiglia, la galleria, i tetti alti, le stanze grandi; sui pretendenti,  la scelta, il matrimonio; il campo,  il freddo, i peoni, il mulino, il pane, il forno a legna,  la mucca, il latte, i cavalli, i figli avuti, i figli persi; la prima macchina, i cammini, il paese, il trasloco, la città, la dispensa. E prima di dormire un padre nostro mano nella mano.

La domenica mattina (forse non era proprio domenica, ma lo era per me quando stavo a casa loro) si dava la scopa alla galleria, facevamo il giro delle piante, e da un albero pendeva  quello che mia nonna chiamava la “barba dell’angelo”. Toglievamo foglie secche, pulivamo le erbacce, io strappavo piccoli fiori bianchi della pianta che era accanto alle rose e succhiavo il sugo che avevano dentro. Sapevo, anche se mia nonna non lo diceva, che le rose erano le sue preferite, il suo orgoglio. Le teneva in prima fila, erano alte quanto me all’epoca, e prima che andassi via tagliava il bocciolo più bello e me lo regalava perché io lo portassi alla mamma, o il giorno dopo alla maestra.

La domenica (questo sì nella domenica del mondo intero) a pranzo con mia nonna facevamo i ravioli mentre mio nonno preparava il sugo di carne e pomodoro. Ogni gesto, profumo e sapore mi sono rimasti impressi, e mi nutrono ancora.

Quando arrivava sera mia nonna si metteva un vestito bello e una collana, un poco di colore sulle labbra, appoggiando il rossetto più volte, come tamponando, per poi spalmarlo con le dita perché fosse rosso ma non troppo forte. Si metteva a posto i cappelli e andavamo a sederci fuori, dove stavano anche gli altri vicini, e si parlava con uno, con l’altro, gentilmente, educatamente, si guardavano le poche macchine che passavano e a noi bambini che giocavamo fuori.

Loro avevano quello, e non molto di più. Ed erano felici, anche un po’ rassegnati e con dei dolori dentro, ma le giornate avevano un ritmo che andava d’accordo con la vita.

A volte quando mi chiedo quale sia il senso di tutto, mi vengono in mente questi momenti. E non trovo una risposta certa e chiara, ma un invito a credere, l’intuizione che essere presente ogni istante sia importante, tentare di essere felice ogni tanto e per il resto sorridere con bontà, parlare con gli altri gentilmente, prendersi cura delle proprie rose e togliere le erbacce regolarmente, sia importante; che l’amore e  le cose semplici della vita abbiano un valore più grande di quello che il cinismo nel quale viviamo ci voglia far dimenticare.

 

 

 

 

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