Labirinto

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Per concludere il post “Vado (Forse)”: non sono andata a New York. A dodici ore dalla partenza, in una giornata di pioggia, un virus gastrointestinale infantile mi ha trattenuta. Destino o contingenza? Quello che vuoi. Ormai è andato.

Mentre carico la terza lavatrice lavatrice e mia figlia più piccola continua a vomitare come la bambina di L’esorcista, penso che mi tocca riprogrammare il salto di emancipazione. Nell’antico diritto romano il significato di ‘emancipare’ era liberare uno schiavo; attualmente significa liberare un diciottenne dalla “patria potestà attribuendogli la capacità giuridica di agire”, e per estensione “liberare da una soggezione, da un legame materiale o morale”, tutto secondo il Garzanti.

E’ una parola che mi piace molto, un concetto che suona a tavolo ribaltato, a dimissioni, a taxi alle tre del mattino, a biglietto last minute, a rivoluzione. Implica anche un lutto, qualcuno che saluta alle nostre spalle, un sogno estinto, un modo di fare che non useremo più.

E da cosa mi voglio emancipare ora?

Non certo dalla mia routine, così rassicurante, dalle poche certezze sulle quali poggio il mio castello di sogni. Quando apro il rubinetto e dalla doccia esce l’acqua bollente io ringrazio con la stessa rinnovata e incredula allegria ogni mattina. Bevo il bicchiere di acqua, un caffè americano, forse due, pane burro e marmellata, ed esco con le bimbe per andare a scuola, saluto Antonio e Tiziana i fruttivendoli, il portinaio all’angolo, e faccio ogni giorno la stessa strada, andata e ritorno. Rifaccio i letti al mattino altrimenti mi ronzano in testa tutto il giorno. Controllo che la porta sia chiusa prima di andare a dormire, e leggo al meno due pagine, qualsiasi ora sia e in qualunque stato mi corichi, e quando muore un attore, calciatore o musicista che faceva parte del mio immaginario negli anni ’90 sento che un punto di riferimento si cancella.

Mi è più facile decidere di andare a vivere in Australia tra dieci giorni con un libro e tre magliette (come sono venuta qui) che cambiare una di queste piccole cose.

La mia potrebbe essere l’esistenza di un grigio personaggio di un romanzo qualsiasi. Solo che di solito loro hanno un area di genialità o di follia ben definita, io no. Non c’è niente che io faccia che non possa essere fatto da qualcun altro al posto mio. Anche le follie che ho fatto non sono niente messe a confronto con i salti nel vuoto di alcuni.

Mi viene in mente quel bambino tirato su pulito e timoroso, papà e mamma lo incoraggiano affinché salti un gradino, un piccolo saltino di quindici centimetri nei quali non rischierà neanche  una sbucciatura, e il bambino dubita, tentenna, e quando finalmente salta (salticchia) lo mitragliano di “bravo!” e di baci, iniettandole un veleno che da più dipendenza del pane e salame, quello della rassicurazione costante, della lode esagerata per niente o quasi, e vanno a mangiare una pizza per festeggiare il successo del suo corpicino bianco senza muscoli che quando deve correre fa fatica a coordinarsi.

A me affascinano gli esperti, di qualsiasi cosa. Mi piace vedere come cambia lo sguardo e la postura di quella persona comune quando deve fare o parlare di ciò che domina. L’esperto è costante. Quando chiude gli occhi immagino la sua mente con un tunnel centrale, enorme, segnalato, delimitato ai lati, e davanti, infinito. Quando io chiudo gli occhi vedo un pac man in un labirinto chiazzato da rotatorie nelle quali alcune volte giro senza sosta, risucchiata dall’energia circolare del chiodo fisso, delle piccole ossessioni.

Voglio emanciparmi dalle rotatorie. Voglio avere uno spazio di vita che mi sblocchi il giro impazzito nelle rotatorie della quotidianità, dei piccoli problemi, note scolastiche, del fastidio che mi da l’uso acritico di segni di esclamazione e punti di sospensione, riunioni di condominio, perché non sono così importanti in senso assoluto, e le frustrazioni saranno di grande aiuto alle mie figlie per contrastare le tonnellate di “bella” e “brava” con i quali oggi è piastrellato il cammino dell’infanzia, al meno di quella italiana.

Non ci tengo a essere la moglie e madre dei giornali di questi giorni, con duemila mansioni con nomi chic svolte con precisione e frenesia sulle quali fanno simulacri di ingenti pagamenti che nessuno verserà. Non voglio essere quella col tacco dieci e messa in piega che fa il Haka dietro la macchina con le sue amiche mentre carica la bicicletta del bambino nel bagagliaio. E cosa vuoi allora? Sopravvivere alle noie ineludibili col minimo dispendio di energia, e vivere i miei sogni e passioni con tutta la energia restante. Forse dovrei sfrattare il pacman, abbellire il labirinto (liberarmene non è possibile e forse nemmeno divertente) e non lo so, magari diventare esperta in qualcosa.

Avendo chiarito questo, ho tentato di rielaborare il mio Curriculum Vitae e ho scoperto un paio di cose. Una è che avendo studiato psicologia e avendo svolto lavori così dissimili, come vendere biglietti del pullman nel sotterraneo di una stazione a Cordoba, coach in corsi di crescita personale, amministratore unico in un centro medico e segretaria in uno studio di ingegneria informatica, tutto senza logica e senza aver fatto né tentato nessun tipo di “carriera”, il mio CV è un brodo curriculare sconcertante.

A questo si è aggiunta la difficoltà di dover cercare un nome composto e in inglese alle mansioni che ho svolto. A quel punto ho buttato l’asciugamano e mi sono sdraiata a pancia in giù sul quadrilatero battendo i pugni, piangendo e sbavando sul pavimento (un po’ di dramma findelmondano ci sta sempre).

Ho quasi quaranta anni: se avessi avuto il coraggio di scegliere la scrittura quando scambiavo lettere d’amore per compiti di geografia oggi avrei ventidue anni di esperienza. Esiste un ragionamento più inutile di questo? No. Finita la telenovelas.

Mi sono allungata e ho ripescato l’asciugamano, ho asciugato per terra e me lo sono buttata sulla spalla andando fuori, verso la macchina che avevo lasciato nella rotatoria e ho preso la prima uscita che ho trovato, così, ostentando sicurezza come quelli che sanno orientarsi. Curriculum vitae in latino significa “corso della vita”, e sul mio corso della vita posso dichiarare di non essere ancora diventata esperta di niente, ma di essermi cimentata in parecchie cose, di avere la voglia e la curiosità intatte, e di aver imparato in questi vent’anni un paio di parole in più.

Questa mattina ho spento la sveglia,  ho chiuso ancora un secondo gli occhi e ho visto un pacman con guanti da boxe che ballava tip tap  nella piazzetta della rotatoria. E ho pensato che i labirinti sono meravigliosi, pieni di porte segrete e passaggi nascosti, e che i viaggi fanno sempre bene all’anima, anche quelli cancellati all’ultimo momento.

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