Circo

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Può capitare che un undici novembre ti alzi a prendere il sale, sempre il sale manca, e che  quando ti sieda ti piova un uomo dal terzo piano, quello dei negozi di elettronica, e ti cada a due metri. Tu sei di schiena e senti solo un rumore diverso, cassetta di legno schiacciata mischiato a tetrapack esploso.  Segui il rumore con gli occhi e vedi il corpo che sbatte. Ti alzi per aiutarlo, pensando che sia inciampato perché si trova alla fine delle scale meccaniche. Ma la gente intorno guarda con stupore e mentre ti avvicini c’è del rosso che si allarga sotto di lui.

Un uomo della sicurezza, con pantaloni blu e camicia celeste molto sottile con un qualche scudetto a triangolo sul bicipite, fa qualche passo pigro, passa una gamba sopra il corpo e si china allungando due dita per tastare la vena sul collo. Alza lo sguardo e fa di no con la testa al primo sguardo che incontra.

Una signora butta il gelato nella spazzatura e se ne va pulendosi le mani con un tovagliolo di quelli piccoli, come metallici, che non si portano via niente ma solo lo spalmano. Una fidanzata si gira e vomita i chicken nuggets nel ficus dietro di lei mentre il fidanzato si guarda intorno imbarazzato. Un signore chiama i bambini, state da questa parte qua, e continua a mangiare i suoi spaghetti. Una donna giovane e sola guarda l’uomo immobile a pancia in giù sul pavimento, e piange. La scena le ricorda quella volta quando la portarono al circo. Non per lei che detestava il circo e i posti pieni di gente, ma perché si andava tutti e non poteva restare da sola in casa.

Ora a terra c’era uno che fino a pochi minuti fa dava spettacolo come tutti gli altri. Andava nei centri commerciali con i televisori tutti accessi al terzo piano, o frequentava l’università, o mangiava gelati e chicken nuggests, faceva figli o era l’incaricato della sicurezza (l’impiego più fasullo al mondo, incaricarsi di una cosa che non esiste e non ha neanche la dignità di una utopia o la bellezza di un sogno o la tragicità di un incubo).

In quel momento girano le prime voci. Fasulle quanto la sicurezza. Era disoccupato. Aveva un bel lavoro ma la moglie lo aveva lasciato. Avevano tentato di fermarlo ma lui ha scampato le guardie e si è buttato. E’ caduto accidentalmente mentre guardava una partita. Nessuno lo ha visto fino a quando è venuto giù. C’era già chi parlava male della moglie e delle multinazionali e dei massimi sistemi. Non siamo niente, diceva un altro e chiedeva un altra nera alla spina. La ragazza piangeva ancora. Avrebbe voluto tenergli la mano, nel caso la sua anima fosse ancora lì, per tentare di riscattarlo da quel triste spettacolo senza domatore che mettesse in ordine le bestie come lei sulle seggiole, che tenesse a bada il dolore che gli aveva dato l’ultima spinta, che gliela perdonasse nel caso se ne fosse pentito all’ultimo metro. Poi non voleva fare niente di tutto ciò perché chi era lei per perdonare qualcuno, e non sapeva più se piangeva veramente per lui o per la paura che le davano le sue vertigini.  Nessun domatore in quel circo a mandare via la guardia e le sue due dita goffe e inutili, intente a costatare una evidenza, una immobilità palese, un suono assordante nella sua pacata rarità.

Girano voci dove dovrebbe esserci solo silenzio, o magari una sonata undici, che rende in tristezza e struggimento, e a momenti anche in speranza. Perché, come nella stanca metafora del bruco, in questo circo senza domatore, solo un finale può essere la premessa di una rinascita.

 

 

 

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