Venezia

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La Serenísima. Così si chiama ancora il latte che bevevo da bambina e il dulce de leche che spalmavo sul pane prima di andare a scuola.

La Serenísima sei tu, Venezia, e a me hanno sempre detto che puzzavi e che i veneziani erano chiusi. Da quando avevo sedici anni, nel pieno dei fantastici e fasulli anni novanta argentini, parità uno a uno peso-dollaro, tutti viaggiavano a Europa è mi è arrivata la prima cartolina: “Venezia puzza” dichiarava. E incredibile che già là, così lontana nel tempo lo spazio il desiderio e le possibilità reali di conoscerti, io abbia pensato che questa sentenza fosse una ingiustizia. Una semplificazione. Una vendetta.

Finalmente stavo per raggiungerti, dopo tredici anni di esserti vissuta accanto a solo due ore di treno. Avevo desiderio e paura di conoscerti. Anticipavo una grande emozione, e quando mi emoziono tanto mi si accelerano le ghiandole (non solo quella del sarcasmo) e sudo. Allora ho chiesto allo spacciatore di darmi un deodorante blocca tutto, di quelli pieni di metalli e robe cancerogene testato su scimmie bambini e donne incinta, adatto ad una prima volta a Venezia. “Ah..Venezia, ricordo la mia prima volta, ero piccolo. Venezia puzza”.

Ma dai?.

Più me lo dicevano, più volevo respirarti.

Siamo arrivate in stazione centrale mezz’ora prima della partenza. Prima volta che viaggio con qualcuno con l’ansia da partenza tarata sul mio tempo. Dopo due ore e mezza in treno con Roberta e il suo favoloso mondo, leggendo per la prima volta Thomas Mann e il suo La morte a Venezia, interrompendoci a guardare i vicini di treno e immaginare le loro vite, stavamo arrivando a Santa Lucia, e non mi hai concesso l’immagine della tua laguna. Un treno che circolava in parallelo era perfettamente sincronizzato per affiancarci fino all’ultimo, ti cercavo oltre i finestrini dei due treni, ma erano sincronizzati al millimetro in modo che non mi svelassi niente. Mi sembrava di sentirti ridere.

Arrivati alla stazione ho avuto quel colpo al cuore che senti quando posi i piedi a casa dopo non esserci stato per un bel po’ di tempo. Come quando tornavo da Córdoba a Paraná, o quando da Milano atterro in Argentina. Casa. Come un calcio nel petto e un abbraccio insieme. Profumo della laguna mischiato a ferro oliato e a trambusto di stazione dei treni. Una sensazione che mai più mi ha abbandonato mentre sono stata da te.

E tu non puzzavi, e io non sudavo. Ma non hanno inventato niente che possa fermare un richiamo. E così dopo dieci minuti mi è arrivato il ciclo, come una firma, una dichiarazione.

Ci sediamo fuori al primo bar che troviamo, in una piazza, al tavolino di fianco ci sono quattro anziani che bevono un’ombra di vin e fumano. Si sorprendono di me che rullo la mia sigaretta e scambiamo due parole, e prima di andare via portano dentro i loro bicchieri e mettono le sedie in perfetto ordine. Nel tavolo accanto un gigante tatuato anche dietro l’orecchie ci da gentilmente da accendere, sembra cattivo come un orco uscito l’atro ieri dal carcere, e quando avvicina l’accendino vedo sulle sue dita la scritta LOVE partendo dal indice, in modo che lui possa leggerlo ogni momento senza fatica. E ti guardo, Venezia. Una piazza normale, dei bambini che giocano a calcio, una signora passa con la borsa della spessa. Il bagaglio a mano mi dichiara turista che non mi sento. Ti abito come una che dovrà guardarti in faccia ogni mattina e ogni sera, eppure è la prima volta che ti vedo e tra due giorni me ne andrò. E vederti non mi importa neanche tanto, che è quasi dire una blasfemia tanto sei bella. Ma potrei essere cieca ( e con -4,25 di miopia ci sono vicina) che ti sentirei lo stesso.

Lasciamo le borse Oltre il giardino, che era la casa di Malher e sua moglie, Alma, un giorno nove come nove sinfonie lui scrisse e come il mio numero di destino. Ridete pure delle mie concatenazioni, vedo segni e li vado dietro come un cane randagio, poi comunque punto la sveglia alle sei, faccio la spesa e piscio come un normalissimo realista.

Venire da Te con Roberta ha facilitato tutto, ben voluta ovunque e di casa in ogni luogo, ha fatto che tutti accogliessero così anche a me.

Nella boxe fare ombra è piazzarti da solo (non mi fate scrivere “da sola” o peggio orrendo “da sol@“ o “da solx” cose queste ultime due  che mi fanno sanguinare le orecchie quando leggo. Ma come leggete voi quelle arroba e quelle x al finale? Quale suono vi si presenta in testa?. Sono vecchia scuola: il plurale o il neutro  sono maschili. Crocifiggetemi pure linguisti new age, che oggi è il giorno giusto e forse rinasco.) di fronte allo specchio e mimare i movimenti della boxe, combattere con la tua ombra. Forse peggio che salire sul ring a farti spostare i denti da qualcun altro. E anche da Te, scopro, si fa Ombra. La cantina Do Mori come tanti altri posti, ha due ingressi, o due uscite, o un ingresso e una uscita, ha due porte insomma, che danno su due strade diverse. Dal tetto pendono dei cocci che se solo uno decide di stancarsi e viene giù, la tua vita è finita. E’ accogliente, piccolo e antico, cicchetti deliziosi e non mettono musica, si sente il vociare delle persone se ci sono, altrimenti niente, pace e rumore di vita che scorre. Un buon posto per morire di una pentolata in testa con un bicchiere di vino in una mano e un cicchetto al bacala mantecato nell’altra. Salutiamo Paolo e i turisti e andiamo a camminarti.

Ci fermiamo in un bar locale, di quelli veri, a mangiare un paio di tramezzini e uscendo sento lontana una musica. Ma non lo so, forse è solo nella mia testa, io a periodi mi ossessiono. Una musica mi prendere il cuore e la sento in macchina e guido come se la ballassi, tentando di far combaciare i silenzi con le frenate, e le curve della melodia con gli angoli dove devo svoltare, e la sento mentre corro e mentre scrivo e mentre cucino, cerco lo spartito e tento di suonarla, e se non la sento e non la suono mi cammina in testa e mi accompagna. Ed era lei che sentivo, fa sol #sol la si la… Por una cabeza di Gardel, senza ombra (un’altra) di dubbio visto che la sentivo da due mesi. Un signore seduto contro il muro di una chiesa la seguiva con il suo sassofono e io in piedi davanti a lui, disarmata, mi sentivo benvenuta da te.

Passando da Il Diavolo e l’acqua santa ho conosciuto Silvano, mi spiegò che il “ciau” dei veneziani che suona come il chau argentino, viene da schiavo poi ciavo e alla fine “ciau”, così si salutavano al mattino per strada quando andavano a lavorare e così è rimasto. Silvano è stanco della gente che dice cose come “Siamo due persone più due bambini” e quelli che chiedono “quando si libera un tavolo, se sono dieci minuti aspettiamo, ma se sono quindici no”. Andate via subito dice Silvano, qui non è posto per voi.

La sera siamo andate a mangiare alle Antiche Carampane dove siamo finite a bere una bottiglia di vino dopo chiusura con tutto il personale e con una coppia di neogenitori di gemelli in prima uscita da soli.

Siamo andate alla Giudecca il giorno dopo, meno turisti, più scarna. Un’isola che mi fa pensare a quel punto dove i corsi dell’acqua lasciano delle cose, così la Giudecca trattiene anime particolari, dove una rosa è una rosa è una rosa. Appuntamento alla Palanca per un pranzo tra donne. Siamo arrivate tutte in momenti diversi, quindi siamo state a tavola cinque ore, scambiandoci le sedie, bevendo, raccontandoci storie, ho pianto sentendo Neva, donna e maga che merita un racconto tutto suo, orfana di guerra e ragazza madre, del suo padre due ricordi, dieci secondi in tutto, e una forza combattiva, rivoluzionaria, che le scappa dagli occhi saggi e birbanti come quelli di un bambino. C’è Deborah, che quattro anni fa si è trasferita alla Giudecca da Milano e non mangia il pesce. Allora Neva, grande cuoca, le consiglia con quale pesce iniziare e in che modo cuocerlo, strategie che funzionano con i bambini. Comunque noi siamo fuori tempo per quelle astuzie. Quando ami la carne in modo viscerale puoi farti piacere il pesce, ma non arriverai mai a al sentimento che una costata al sangue grigliata a legna ti può dare. Uscivamo a fumare e rientrando non si sapeva già chi doveva aspettare cosa. La Palanca è un luogo con anima, un proprietario con i baffi e un cameriere poeta di nome Julian.

Deborah con un suo amico irlandese -uno di sei frattelli che si è innamorato di Venezia e lì  è rimasto, a fare cosa? quello, vivere- i sono comprati il motorino veneziano: la barchetta, con un vecchio motore, tira la corda un po’ di volte fino a quando parte e mi annuso quella nuvola di misto olio e benzina e laguna dove mi si mischiano tutti i ricordi e tutti i fiumi della mia vita.

Ci hanno portato a fare un giro indimenticabile, urlando OEEE! ad ogni incrocio e poi zitta, estasiata lungo il canal grande. Difficile guidare con precisione una cosa che galleggia lungo i canali stretti, a doppio senso e con barchette parcheggiate ai lati. Siamo rientrati facendo luce con il telefonino perché era quasi buio, abbiamo attraccato e ci siamo rifugiati alle Botti. Dove tranquillamente ti trovi a parlare con tutti, donne uomoni anziani giovanni, poco importa, gente che entra ed esce, in compagnia o da sola, lo stare insieme è trasversale, indifferente a qualsiasi categoria, conversazioni rispettose e sincere. Avevo la sensazione di stare in un mondo nel quale andavo bene. Magari mi sbaglio, non sarebbe la prima volta che lancio il cuore avanti, poi se lo mangiano i gatti e non so più dove andare.

Ho sentito il bisogno imperioso di camminarti di notte, da sola. Nessun timore. Ma che ne sai tu del tasso di criminalità a Venezia? Niente. Mi sentivo protetta da te e questo bastava, dal tuo silenzio, dal rumore dei miei passi, il rumore dei passi quando dormivo a casa dei miei nonni nella stanza che dava sulla strada, quando quelle strade di un paesino argentino erano coperte da un silenzio veneziano. E così ho fatto. A mezza notte eri quasi deserta e mi sono abbandonata al tuo labirinto, seguendo ora i miei pensieri, ora una musica nella mia testa, ora i tuoi fantasmi così presenti che quasi si possono toccare. Mercanti, banditi, preti prostitute e casanova, scrittori pittori e musicisti, donne rivoluzionarie, orfane e marinai. In ogni stradina si accendevano al mio passaggio le luci automatiche delle porte, e ho capito che sei stanca di chi cerca un posto per liberarsi delle ombre prese per strada, o di amanti senza dimora che guardano le tue finestre chiuse pensando con nostalgia a quei letti ben fatti e deserti.

E l’ultima sera mi hai fatto un regalo, eravamo da Fiore a parlare con Laura quando l’acqua alta è iniziata a salire. Sono andata a prendere dei copri scarpe di plastica, orribili, senza neanche tanta voglia, giusto per compiere un gesto ragionevole. Andando via da lì l’acqua ormai arrivava oltre la caviglia. Avrò fatto cinquanta metri quando ho capito che la plastica non fermava niente. Allora ho buttato i copri scarpe nel primo cesto per la spazzatura e me la sono tanto goduta. Mi è successo come quella volta dopo aver vinto al campione indiscusso di traversone con un cappotto a quattro, e uscendo a fumare una sigaretta ho alzato gli occhi al cielo e ho visto che aveva appese tutte le stelle del universo e mi è venuto tanto da ridere. Così ti camminavo con l’acqua fino al ginocchio e ridevo.

“Una cosa è bella quando si ha voglia di morire” scrive Sotsass che dicono i cinesi. A me non è che venga voglia di morire, è che mi hai travolta e neanche tanto, perché in fondo lo sapevo, e mi ti sei infilata in diagonale attraversando tutto: testa, cuore, colon ascendente, rimpianti, le voci dell’infanzia, il profumo di una casa, l’ora della siesta, il vuoto all’imbrunire, tutto. Hai fatto centro. Umida galleggiante profumata e piena di bellezza e finestre e porte storte. Tutte storte, simmetrie imperfette come volti umani rugati di storia. Non ho voluto studiarti prima, e non ho visto quasi un briciolo di tutta la tua cultura, perdonami, non è che non mi importi, è che non volevo quello da te questa volta, volevo solo guardarti a lungo negli occhi e baciare le tue mani. 

Verrei tutti i giorni ma non posso. Ma verrò a trovarti una volta ogni stagione, voglio vederti sotto tutte le luci e intuirti soltanto immersa nella nebbia. Mi manchi e ti dedico ogni giorno qualche pensiero. Milano è molto più bella ora che ti so così vicina.

 

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