Piccola storia metropolitana

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Scese dal tram con la spigliata risolutezza di chi è appena uscita dal parrucchiere con un biondo cenere e messa in piega. Attraversò la strada e camminò a passi lunghi i metri che la separavano da lui che l’aspettava puntuale. Non lo baciò né gli sorrise,  lo guardò negli occhi e gli disse “Non voglio più stare con te. Né vederti, né leggerti né sentirti. Non voglio neanche dare spiegazioni. E se un giorno ti dovessero servire, cercale tra le pieghe dei discorsi fatti in questi anni, nelle nostre insoddisfazioni (perché ho tenuto di conto anche le tue per decidere di andarmene). Stasera quando rientrerai la casa sarà libera delle mie cose. Ti voglio bene. Sii felice, o fai quello che puoi.” Gli diede un bacio sula guancia. Lui la abbracciò come per aggrapparsi. Lei lo abbracciò per quel che era stato, e scivolò via sforzandosi. Girò sui tacchi, attraversò la strada e corse il tram che stava richiudendo le porte. Gli cadde una lacrima mentre guardava attonito il tram che andava via. Si chiese se fosse dolore. Ma no,  era stupore per un’onda anomala che lo travolse senza che l’avesse vista arrivare, e che quando si è ritirata gli lasciò uno spazio immenso che aveva perso, centimetro a centimetro, di libertà.

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