Lettera a Paraná, la mia terra

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Sono già le nove e mezza, peccato. Volevo alzarmi presto, approfittare al massimo ogni secondo che mi resta con te. Metto sul fuoco la moka e l’acqua per il mate così mi drogo con tutte le teine possibili e apro le finestre, è una mattina fresca di piena estate e non c’è una nuvola. Qui fuori le cicale non mi faranno sentire il rumore della caffettiera, sarà meglio aspettare dentro e prendere il posacenere, oggi fumo anche di giorno.

Lasciarti in una giornata di sole è ancora più difficile.

Torno fuori e mi siedo davanti al computer con tutto l’armamento destinato alla consolazione orale e mi  cade il mate sul computer, mierda, corro a prendere uno straccio per asciugare, e il nodo alla gola e il pianto imminente si rimarginano. Bene, pensai, alla fine nessun dramma sopporta l’azione. Basta un figlio che si sbuccia le ginocchia o un mate rovesciato sul computer, ed è fatta, riesci a lasciarla senza piagnucolare come un’ingrata, come una attrice di culebrone latino alle prime armi.

Una volta asciugato il computer, però, arrivò la smentita: ti lascio con questa faccia di strugimento, come sempre.

Si…stai tranquilla, non è quello, sono felice di là, forse più di quanto lo sarei se tornassi da te, ma lasciarti è ogni volta uno strazio.

Hai visto le mie bimbe come sono cresciute e quanto ti vogliono bene? A volte ho la sensazione di pavoneggiarmi con loro davanti a te per farti vedere che anche io sono cresciuta, e che ho imparato a prendermi cura di cose importanti. Dimmi che mi vedi cresciuta anche se mi aggrappo alla tua gonna quando devo andare via.

Forse dovrei rovesciarmi tutta l’acqua bollente del mate sulle gambe per cambiare stato d’animo.

Le buone maniere poi non aiutano al distacco, questa cosa di salutare a tutti prima di partire da un lato ti riempie di baci e abbracci, ma dall’altro…

Ieri ho salutato al telefono una amica alla quale mi sento sempre legata. Credo che sia in gran parte grazie a lei se il mio pensiero ha scavalcato i luoghi comuni quando ero adolescente. Di ogni mia lettura della realtà lei ne aveva due pagine in più, le pagine della svolta. Aveva anche, e ha tutt’ora, una bella voce, una risata franca e mani aristocratiche che sottolineavano alcune cose, una libreria piena di libri e musica. Abbiamo condiviso lunghe serate di vino rosso, sigarette e conversazioni lunghe senza ricette. Quelle conversazioni erano per me  come un libro o un film quando ti fa capire la bellezza della vita, anche nelle sue forme più dure, quando ti fa intuire la sostanza invisibile della quale sono fatti i momenti.

E questo pomeriggio arriveranno i miei fratelli, le loro compagne, i miei genitori, arriveranno gli amici con i figli, e verso sera accenderemo un fuoco per fare l’asado, e sarà tutto molto bello ed ecco porca miseria che piango di nuovo. Lo so… so che si rischia sempre uno sguardo troppo poetico quando si è lontano, non c’è bisogno che mi parli dei tuoi difetti. Sono ancora vicino a te, circondata d’insetti che detesto, e ti vedo bellissima lo stesso, come quando vedi bello un bravo attore col naso grosso. E dimentico i tuoi limiti, le tue mancanze, le tue miserie, dimentico come mi si svuota l’anima ogni sera al calar del sole. Ricordi che ti avevo già lasciato? A diciotto anni me ne andai via da te, città madre piena d’acqua, umida e verde.

Questa sera riderò di gusto, berrò di troppo e domani partiremo.

E arriverò da lei, che tu non conosci. Anche lei è piena d’acqua ma è nascosta, sotterranea, e la gente cammina le sue strade senza sorrisi né leggerezza. Voglio bene pure a lei, elegante e ordinata, ma le manca un’anima. Ha l’aria rarefatta, piena di rabbia e di impazienza, e la sera si copre di un cielo senza stelle.

Domani partiremo e quando sarò là non dirò niente di quanto mi manchi, rischio che chi ha tutto il cuore in un solo posto non capisca e mi mandi a quel paese, cioè da te. La verità è che il cuore si spacca come una pesca e uno diventa il nocciolo secco che mora un po’ di qua e un po’ di là, e anche se decidessi di tornare, rimettendo insieme tutti i pezzi, non torneresti mai una pesca intera, rimarrebbe sempre quella fessura attraverso la quale si sanguina, che solo l’amore gli amici e l’arte possono tamponare.

Non ti intristire che poi mi ripiglio. O intristisciti un po’ così vedo che anche tu mi vuoi bene, ma poi ripigliati anche tu. Ti chiedo solo di non guardare nessun altra sentendoti meno, non credere a certe storie, non ti forzare a fare come le altre:  tu sei magnifica così, con le tue case basse, le strade piene di buchi e le macchine piene di gente che parla e scherza, le moto con famiglie intere sopra, le tue vie deserte all’ora della siesta e le domeniche profumate di legna bruciata e carne alla griglia; con uomini che pedalano sotto il sole senza maglietta e donne che allattano dove bambino comanda. Sei bella così, che non importa cosa si mangia ma mangiarla insieme. Non farti fare niente che possa spaventare le cicale, che sono la tua voce estiva, né le lucciole e tutti gli altri che mi piacciono un po’ meno.

Bacio le tue mani, e anche se sono calde mi sento come a un funerale, eppure non è morto nessuno, tu brilli e io respiro regolarmente, anche se con qualche difficoltà in questo istante, sarà per quello di Partire è un po’ morire … Bacio le tue mani e me ne vado, prenditi cura di tutti, e non smontare la mia stanza.

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