Pizzetto e lo specchietto

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Sto arrivando, mancano sei isolati e arrivo a scuola, parcheggio, prendo le bimbe e si va dal dentista. Due anni di succo di limone ogni mattina hanno reso lo smalto dei miei denti poroso come un panno Vileda. Mate, caffè e vino rosso hanno fatto il resto.

Guido e rumino pensieri. Penso alle vacche findelmondane: occhi fermi, sereni o profondi, o serenamente e profondamente ignoranti, gambe possenti ancorate a terra, muovono la mandibola in senso orario. Faccio attenzione, davanti a me una macchina di scuola guida va lenta, inchioda, sorpassa una macchina in doppia fila, metto la freccia (se non metti la freccia sei una troia), sorpasso anche io e sento un rumore secco, come di ramo spezzato. Guardo lo specchio retrovisore, poi il mio specchietto. Niente. Avrò pestato un ramo o mi avranno buttato qualcosa o sarà caduta una castagna o sarà il rumore delle famose fratture ideologiche dopo tanto ruminare.

Sono a tre isolati quando la macchina in doppia fila mi affianca al semaforo. Uno con capelli corti, pizzetto e due auricolari bluetooth bianchi che gli pendono, uno da ogni orecchio come tubi da sgorgo, abbassa il finestrino e urla:

-E va bene che mi rompi lo specchietto ma scappare no, dai…-

Mi giro e lo guardo con la mia faccia da vacca ruminante quale sono, e tento di capire se era un amico che mi faceva uno scherzo. Impossibile. Guardo il suo specchietto. Rotto. Allora non erano fratture ideologiche.

-E chi scappa?- dico io – Accostiamo. –

Dai Pizzetto, accostiamo. E modera i termini, che qui la regina del dramma findelmondano, quella cresciuta a dulce de leche e telenovelas, sono Io. “Scappare”. A me? Per uno specchietto? Pizzetto, questo a me non lo dici.

Scendiamo dalle macchine, saliamo sul marciapiede, ma non abbiamo niente da accarezzare e guardare attentamente con un mix di rabbia e sconforto, come fanno tutti negli incidenti, perché lo specchietto rotto è rimasto a lato della strada. Allora Pizzetto mi guarda e rincara:

-E no, eh, perché va bene tutto, eh?, ma scappare.. dai, su! –

– Ma smettila -Pizzetto- Non me ne ero accorta. Ti chiedo scusa. Facciamo la constatazione? Devo prendere le mie figlie a scuola.

-No, guarda, lo so che è uno specchietto di merda, ma la macchina è nuova. Mio padre è carrozziere, dammi duecento euro e siamo a posto.

C’è un lampo di luce dubbiosa nei miei occhi da vacca al pascolo.

Lo trovo troppo organizzato per un fortuito incidente stradale. Allora vado a controllare il mio specchietto (c’era qualcosa da guardare e carezzare, c’era!) e sì, era rigato, mezzo chiuso, un po’ storto. L’avevo preso allora, Pizzetto.

– Va bene, non li ho qui. Dimmi dove e te li porto domani, ti lascio i miei dati.

Mentre gli parlo vedo che ha del gel sui cappelli corti e irti. Pizzetto mi distrae dall’osservazione quando, tentando una espressione sarcastica, ridacchia. “He he he, ho gel e pizzetto, petto in fuori, un metro quaranta d’altezza, auricolari bluetooth bianchi che mi grondano dalle orecchie, parcheggio in doppia fila, inseguo una donna per uno specchietto, la accuso di essere una fuggiasca, ma non sono un coglione, bimba, che ti sia chiaro”. Questo sembra dire con la sua risatina.

– E no no no, domani no. He he, mi rompi lo specchio, scappi…-

– Aridangate con sto “scappi”. Va bene, allora facciamo la costatazione.

Tiro fuori il telefono per chiedere a una amica di dire alle mie tre figlie che non le ho abbandonate,ma ho solo inciampato su Mammolo. E con l’occasione chiamo anche il dentista. Quindi Pizzetto propone di fare un bancomat.

Va bene, vai tu Mammolo che ti seguo perché non so dov’ è un bancomat qui.

Nel tragitto mi è balenato un tenue sospetto che fosse un ladro o qualcosa, ma più pensavo alla sua faccia, più mi rassicuravo. Se lo mangiano a colazione i ladri, ‘sto Pizzetto.

Parcheggiamo a caso coprendo passi carrai e spazi riservati ai camion per le consegne. Metto le quattro frecce. Attraverso. Arrivo al bancomat già in odore di santità e Pizzetto mi segue a ruota.

– Ma cosa fai? -Mammolo- Dove vuoi che vada che la mia macchina è là? Vai e tieni calmi i furgoni che siamo parcheggiati malissimo. Faccio il bancomat e arrivo.

E’obbediente però, gira sui tacchi e se ne va.

Prelevo e torno in macchina, mi siedo, abbasso il finestrino, e gli passo i duecento euro.

Lui sente un po’ d’imbarazzo. Mi porge la mano e dice

– Giacomo – per dire.

Le stringo la mano e, quando sento che è sudaticcia e molle, gliela stritolo.

– Mercedes –

– Non sei italiana – dice lui socchiudendo gli occhi nel tentativo di un’espressione perspicace.

– Sei un genio – dico io e sciolgo la stretta.

Se ne va. Dopo due passi si gira e ribatte in tono paternale:

– La prossima volta, Mercedes, stai più attenta però, va bene? –

Gli avrei stretto la testolina fino a vedere la sostanza grigia uscire dalla cannuccia degli auricolari bianchi. Una specie di reset, un dono ai suoi parenti di primo grado: Pizzetto con una bella testa vuota tutta da riprogrammare. A me sarebbero rimaste solo le mani piene di gel.

– Vai a fare il maestrino a tua nonna – Pizzetto – Adesso chiamo i vigili e vediamo se, con la macchina in doppia fila, l’assicurazione ti copre lo specchietto. Ti disperi per lo specchietto della macchina nuova. Mi insegui, ti chiedo scusa, lascio tre bimbe fuori da scuola e arrivo tardi dal dentista a sbiancare i miei palettoni perché sei così disperato per duecento euro che non puoi attendere fino a domani, allora io li cerco e te li procuro. Ma non mi fare il maestrino. Vai tranquillo e contento con i tuoi duecento euro e fai qualcosa di buono! Porta fuori a cena tua moglie … ad esempio! –

E me ne sono andata. Sono consapevole del fatto che è stato inutile rispondere, forse mammolo aveva le cannucce alle orecchie con lo zecchino d’oro a palla e non mi ha nemmeno sentito.

Ma non ho risposto perché sentisse lui. Ho risposto per risarcire me stessa di tutte quelle volte nelle quali sono stata zitta. E non per bontà, ma per confusione . Per quella propensione a sentirmi nel torto e chiedere scusa.

Ma questa volta ero pronta, pensavo mentre andavo a prendere finalmente le bimbe. Ancora non riuscivo a capire come. Ma ero pronta. Poi ricordai. Avevo visto il film Pianeta Verde di Colling Serrau, film francese del anno ’96, e ho ripetuto la scena dello specchietto quando lui, dopo aver chiesto scusa in tutti i modi, eslama “E’ terribile, Pancione, quello che ti è successo, è terribile!”

Mi domando se ero pronta perché avevo visto il film, o se invece c’è una parte di noi che si ispira a ciò che vede, impara, e per farci guarire, ripete. Il famoso quesito del uovo e la gallina declinato.

Le bimbe salirono in macchina e tra canti e il racconto di Pizzetto e lo specchietto arriviamo dal mio dentista, il Raikonen dell’estrazioni doppie dei denti dei giudizio. Le bambine hanno disegnato ,l’igienista mi ha lucidato i dentoni.

Siamo tornate a casa, ormai era buio, la giornata arrivava alla fine e nel bilancio avevo duecento euro in meno da una parte e dall’altra, a compensare, il calore di casa mia (tanto che è ancora piena di zanzare a dicembre) il profumo di soffritto, che, come sanno bene in napoletani, è la premessa dei momenti che scaldano il cuore e la pancia. Un profumo che accompagna conversazioni sincere in cucina, un malbec, un sorriso splendente, tre bimbe che cantano, suonano e raccontano le vicissitudini della vita che inizia a muoversi tra gli altri e in più avevo una utopia da pianeta verde nonché una capacità nuova di rispondere, dopo aver chiesto scusa, ai vari momenti-pizzetto della vita.

 

 

 

 

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