Guida di sopravvivenza all’analisi lacaniano

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Che findelmondana sarei senza anni, variegati e pittoreschi, di analisi? Gli argentini sono grandi collaudatori di divani psicanalitici. Sempre sull’orlo della disperazione o l’esaltazione gioiosa, sono famas e cronopios ben disposti a sdraiarsi e parlare di sè un’ora alla settimana dallo psicanalista. Ma la seduta in classico stile lacaniano, per i non addetti ai lavori, può essere sconcertante. Per gli addetti è inutile e basta.

Allora ecco qui una guida basica e profana di sopravvivenza allo psicologo lacaniano, quello che ‘le sedute le taglio dove voglio io, super io, grandissimo, er mejo Io. Io il regista  delle vostre vite, taglio le sedute in base ai nodi sui quali dovete lavorare, o più sinceramente, visto che la verità vi farà liberi, perché ho dato sei appuntamenti in un ora’. Tanto alla fine – vi dirà – ciò che produce effetti è “il transfer”, che non è una navetta, ignoranti che non siete altro (ignorante: soggetto che non sa, frase per la quale noi lacaniani abbiamo anche una formula ma non ve la dico). O meglio. Siccome sono magnanimo, riprendo la vostra goffa idea e la utilizzo come una metafora. Allora vi dico che il transfer è quella navetta che ci mette in connessione. A te porta da me, e a me porta dove voglio Io (super, grandissimo, ecc). Sono così interessato ai vostri problemini che mentre mi parlate potrei anche recitarvi pezzi dell’inno della Groenlandia o dire mmhm, con quel mio tipico sguardo, fisso ma obiettivo, mentre penso che stasera  vorrei mangiare una pasta ai funghi con molto aglio, che tanto nelle sedute posso non parlare e fa lo stesso: Io faccio sempre effetto, cari  i miei (ma er più caro so’ sempre io, super io ecc ecc) soggetti sbarrati.’

Sbarrati se vi è andata bene, e papà è venuto a dettare legge e rovinare il vostro idillio con la mamma cattiva che stava per fagocitarvi. Altrimenti soggetti e basta. Grandi S psicotiche. Come Superman, che anche se sembra diviso, occhiali sì occhiali no, è tutt’uno onnipotente, e la cosa più lampante: crede di essere Superman!.

Altrimenti sarebbe un nevrotico in più con un trauma infantile (i veri genitori, la criptonite, ecc), con delle capacità fuori dal comune schiacciate da un  asfissiante  senso di colpa (non posso lasciare i genitori adottivi da soli in campagna, non posso mentire a Luisa sulla mia vera natura), e qualche questione lì con l’onnipotenza  (potrei essere superman tutto il giorno e sto qui a battere sulla tastiera e a fare il giornalista, ecc) che dopo i venticinque anni,  nel bel mezzo di un evento importante, o attraversando un ponte in autostrada, sarebbero sfociate in un plateale attacco di panico.

Ma andiamo al sodo, che magari siete sul tram verso la vostra prima seduta. Nella sessione lacaniana  è buona cosa sapere le cose basilari ed eccole qui:

  •  Tutto sarà misurato con due parametri diversi, come in ogni buon rapporto nevrotico.

Tu arrivi con venti minuti di ritardo? Se er mejo ha dormito bene e non ha fame (perché forse Lacan no, ma da lui in giù, tutti mangiano e fanno la cacca) te lo farà pagare come una semplice resistenziuccia, alla cura in generale o a qualcosa di particolare che ti attanaglia in quel momento, e avrai comunque ben dieci, facciamo quindici va là, minuti di seduta che lui taglierà con un minimo di senso.

Se invece ieri ha litigato col compagno o la compagna, e il tuo appuntamento era alle 12:30, e per di più sei donna e magari piangi anche chennoia, ti farà pagare il ritardo come un comportamento anale aggressivo, la tua seduta durerà giusto il tempo per farti salire l’angoscia al massimo, e in quel momento… “Stop! Rimaniamo con questo. Alla prossima”, tu ti guarderai intorno e ti chiederai con “questo” chi?  Mentre paghi e ti chiude la porta alle spalle per addentare il panino al salame che tiene nascosto sotto il cuscino della sua poltroncina.

Se invece è lui a farsi attendere venti minuti, niente. No pasa nada. Non ti chiederà scusa né allungherà la tua sessione. Devi imparare che il suo tempo è suo, e il tuo, anche.  Pensa invece che hai avuto la possibilità di comunque, indirettamente, farti attraversare (verbo lacaniano in pole position nella top ten del loro vocabolario) dalla loro atmosfera, dalla saggezza che ha infiltrato le pareti, saggezza come un fungo medicinale che respirerai profondamente e prima ti farà male e dopo… chi vivrà vedrà.

  • Svolvgimento delle sedute.

Le sedute si svolgeranno, appunto, da seduti per il primo periodo. Te ed er mejo, uno di fronte all’Altro (“uno” con minuscola sei sempre tu e “Altro” con maiuscolo è sempre lui). Dopo di che, a un certo punto dirai qualcosa che ti farà guadagnare il divano, dove ti potrai sdraiare in modo che il tuo corpo non sia d’intralcio al divenire (un altro verbo lacaniano top) delle tue associazioni. Intralcio divino mi viene da dire.

Se vi interessa essere carne da macello lacaniano e il vostro analista ha delle sedie scomode, chiedetemi e  vi darò una lista di sogni semplici per passare a divano. Tipo suonare un violino che vomita, cose così.

  • Attenti alle negazioni.

In psicanalisi in generale il no significa . Quindi occhio a frasi come: “non è che io voglia diventare Claudia Schifer”. Lasciate stare la scelta della modella che confessa i miei quarant’anni suonati. Una frase del genere è per loro la dichiarazione che voi volete proprio diventare minimo minimo come lei, e se possibile, fare anche sparire tutte le altre come fa il suo David Coperfield, che è la risposta a la gran domanda freudiana poi ripresa da Lacan “cosa vuole una donna?”: un mago.

  • Attenti anche agli sbagli.

C’è una versione cato-democratico-socialista dell’errore. Non c’è sbaglio innocente. Ogni sbaglio è un lapsus, e un lapsus dice più di mille parole.

  • Occhio a fare battute

Vanno alla pari del lapsus come significato, ma siccome le hai pensati a posta, hanno una traccia di arroganza; soprattutto se, per smorzare o per frustrazione o perché hai quell’attimo di stupidera, prendi in giro qualcosa appartenente alla seduta. Non farlo anche perché non ti darà mai soddisfazione e prima di ridere ad una tua battuta si sparerebbe sulla rotula, allora anche se tentato, seguendo il metodo Stanislavskij farà ricorso al suo ricordo più triste e ti dirà, con un gesto del naso che si protende, di andare avanti.  Ricorda, gli arguti sono loro, tu sei lineare.

  • Le domande

Forse ti farà domande. Tu rispondi. Se vuoi farne  qualcuna anche tu,  lascia perdere. Le rivolta come  fai con i calzini prima di metterli via e te le rimanda indietro. Con questa cosa che ora gira voce su facebook che l’intelligenza consiste nel fare le domande giuste, tanti professionisti delle più svariate specialità hanno smesso di dare risposte. Hanno tutti copiato Dio.

  • La lunghezza (precoce)  delle sessioni non è colpa tua.

Considerando che la psicanalisi ha tirato sempre in ballo la sessualità, potremmo dire che le sedute lacaniane sono paragonabili ad una eiaculazione dialettica precoce. Tu vuoi andare avanti a parlare, ma sai che qualsiasi cosa tu dica potrebbe far finire tutto lì. E tu non vuoi, perché avresti ancora tanto altro da dire. Quindi tergiversi, allunghi, non vuoi dire quella parola che l’ha fatto venire la sessione precedente.

Non farlo. Non è quello che tu dici o fai che lo spinge a finire, lui ha tutto un suo mondo immaginario che non centra niente con te; ha la sua fretta, le sue paure e le sue fantasie, su di te e su tutto il resto. Tu sei una contingenza, potresti essere chiunque, vale a dire sei nessuno. Quindi (se proprio ci vuoi andare) parla per te, per sentire quello che dici.

L’analista lacaniano è in genere una persona colta, partecipa a diverse iniziative psico-culturali. All’università, per esempio, frequentavo cicli di cinema dove vedevamo un film, e una volta finito quattro lacaniani lo interpretavano sul palco chiamando in causa i loro super eroi: l’altro, l’Altro, il Desiderio, i fantasmi, la forclusione, e il Padre, tutto in 3D, le tre dimensioni lacaniane: reale, simbolico e immaginario.

L’analista lacaniano è anche scarsamente empatico, pieno di sé a sufficienza, e spesso usa colletti alti e occhiali. Vicino all’università c’era un negozio di abbigliamento  che aveva la sezione “golfini lacaniani”.

Questo tipo di analista è come un tecnico della psiche con un martello in mano. Magari tra di loro si analizzano così e sono tutti contenti, anche se essere contenti non credo sia una cosa molto lacaniana, è da sfigati. Magari tra di loro si analizzano così e sono molto interessanti, ecco. Ma per un profano che va lì con il suo mucchietto di sofferenza neanche tanto ben individuata, i loro modi possono essere brutali.

Ricordo un professore di psicopatologia, che si faceva analizzare con un super nome francese, discepolo se non parente del buon Lacan, e si vantava di fare dodicimila chilometri per andare a farsi i suoi dieci minuti di eiaculazione dialettica precoce a Parigi. Chiamala se vuoi analisi. Ci presentava sua moglie, che teneva la lezione insieme a lui, come “ecco a voi il mio sintomo”. Cioè, l’espressione manifesta della sua malattia inconscia, e noi ridevamo per fargli vedere che, se l’inconscio è strutturato come un linguaggio, noi parlavamo la sua lingua, ma ci divertiva poco.

Va bene, facciamo che sì, l’inconscio lavora diverso, ha altre leggi, e quegli interventi sono mirati e perfetti per lui, ma per Dio, il mio inconscio lo porto in giro io che sono una casalinga! Non puoi fare colloquio col mio inconscio con leggi tutte tue, che lasceranno il restante novanta per cento di me nella merda. Dopo devo fare cose impegnative, divisioni a due cifre, analisi grammaticale, la raccolta differenziata, non posso uscire ridotta a vegetale depresso con voglia di succhiare un albero di cicuta fino a svenire per sempre.

Ultima avvertenza: se pensi di fare una cosa senza ritorno, come rompere una vecchia foto della quale non hai il negativo o partecipare ad una chat di genitori, chiedi consiglio a qualcun Altro (anche un altro  qualsiasi con minuscola va benissimo), perché questo Altro non ti darà una dritta neanche se ti giri e lo svegli.

Ma, comunque sia, credo ne valga sempre la pena cercare. 

Io al di là dei tre lacaniani che ho trovato nel cammino, o un po’ anche grazie a loro, credo nell’atto coraggioso di chiedere aiuto e sostegno, e nella curiosità di andare oltre le consuetudini e i buoni consigli.  Nella possibilità di cercare un posto dove srotolare l’esistenza senza inutili convenevoli.  Un bel po’ di anni fa trovai una psicanalista che mi ha fatto ricredere nel potere di quello spazio di libertà, di lavoro e di ristoro, a volte scomodo ma sempre benevolo, dove portare la tua vita così come viene, con le parole che trovi e con i silenzi, sistema digestivo dell’anima umana. Un luogo dove guardare da vicino le paure e i confini, per spostarli, allargarli o portarti la cuccia e imparare a conviverci. E le sono grata per avermi aiutato a trovare il filone buono, quanto sono grata agli altri tre che, avendomi fatto fare il giro lungo mannaggia a loro, mi hanno fatto capire quando e da chi mi devo allontanare. Che non è poco.

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