Parole che ci portano per mano

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Anni fa ricevo una chiamata, numero sconosciuto, ma qualcosa mi dice di rispondere. Era la gentilissima e capace signora dell’ufficio cittadinanza. Mi dice che ci sono delle piccole incongruenze (dopo nove anni di porta e riporta documenti, firme e timbri) in diversi certificati di mia nonna, ma che possono diventare grandi impedimenti anche se si capisce che sono sbagli.

Tutto risolvibile, con un po di notai, tempo e pazienza. Ma resto in pensiero sulle  parole, una o due, non di più, quelle scritte male, di fretta, senza pensarci, in un certificato di nascita di tanti anni fa’ in un posto sperduto nelle campagne del sudamerica, nel certificato di questa bambina chiamata “Derna” in onore di un porto africano conquistato dagli italiani, e in onore della nostaglia di chi l’Italia l’aveva lasciato pur amandola, e senza la certezza di un ritorno, che, di fatto, non c’è stato. Nome che hanno dato a me che mi chiamo proprio Mercedes Derna, e per il quale hanno dovuto andare a giudizio perché non era tra i nomi previsti dalla legge. Come se le leggi potessero prevedere una cosa tanto grande e unica.

E per associazione, perché le parole danzano tra di loro a nostra insaputa un ballo tutto loro, mi viene in mente una frase che mi ha scritto Francesca Quaratino, la Fraq, “Goditi l’attesa dei tempi altrui, dove l’altrui è roba tua”, una frase che mi tiene per mano e lei di sicuro non l’immagina nemmeno.

Le parole sono importanti. E sento nella mia testa anche la voce di Nanni Moretti quando lo dice.

Con le parole si può fare tutto, e tutto si può distruggere. Io le amo per questa potenza. E la sentivo quando in quinta liceo ad indirizzo in comunicazione battevo la macchina da scrivere qwerty poiuy all’infinito, senza guardare, e quel rumore tra legnoso e metallico, il pianoforte delle parole, che allenava la forza delle mie dita e la potenzialità del vocabolario. Qwert poiuy. Posso scrivere per ore senza guardare la tastiera, trascrivere discorsi, copiare capitoli interi, tutto con un promedio totale di 7,25 e con orgoglio. Perché me l’hanno abbassato l’esattese, il  litio e il berilio, cose che non vedrò mai, al massimo ne morirò avvelenata. Le traiettorie direttamente proporzionali e le formule di cose impossibili da pensare. E pur amavo le matematiche, non capendole. Pensa te.

Te ne rendi conto della magia delle parole nei momenti in cui hai un bisogno, più o meno disperato di qualcosa, e ti arriva una frase travestita da ricordo, o da pilastro, da carezza, da bersaglio. Da bersagliere, da impalcatura, fazzoletto; da maglione fatto  a mano, da vento frizzante di primavera, da sorriso di madre, da pazienza di nonna, da ponte, da mano tiepida,  o ferma, tesa verso di te come se fossi un bambino da portare, con amore, al sicuro. E allora le leggi, le scrivi, le dici, te le mangi. Le abbracci, le aspetti, non arrivano e maledici. Poi arrivano e benedici, e le pubblichi, e qualcuno le legge, e non capisce quello che hai sentito mentre scrivevi, ma capisce quello che doveva in quel momento sentire. Parole che viaggiano, senza timbro e senza firma, chi se ne importa, e ci tengono per mano.

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